“Said in Italy” del 27 settembre 2016

Sbaglia di grosso chi pensa che una lingua, una girandola multistrato di parole, colori suonanti, architettura a sorreggere frasi e discorsi, si esaurisca nel suo spazio superficiale, nella sua materialità tangibile.

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Ogni molecola sua costitutiva offre infatti a chi ne sappia apprezzare natura, fattura, collocazione… una trama fatta di odori, sapori, luoghi. Di tempo e di storia che, seppur scivolati via, hanno lasciato una traccia di sé: tracce di consistenza e profondità diversa che a volte si offrono anche a un viandante distratto che ne colga l’esistenza con la coda dell’occhio, ma che a volte richiedono, per essere colte nella loro bellezza e preziosità, un lavoro di scavo attento e rispettoso di tutti gli uomini e le donne che nel loro vivere di quelle parole si sono servite e serviti per dare espressione a mondi interiori fatti di emozioni e sensazioni.

Di quell’umanità, insomma, troppo stesso negata alla lingua tanto da coloro che la ingurgitano senza digerirla perché forti del fatto di saperla comunicare senza sforzo, tanto e forse soprattutto da coloro che, in nome di un’analisi che sappia o abbia le parvenze della scientificità, ad essa si sono accostati con il fare asettico spesso riservato neppure alle cose.

Può accadere così che tutta la vita di parlanti trascorra senza aver provato il gusto della lingua; avendo usato per anni parole che, pur offrendo intatto nel tempo il proprio valore aggiunto, mai sono state sussunte nella loro essenza più profonda, più vera.

Basti pensare al recente caso di amatriciana, un termine che nel tempo ha saputo oltrepassare i propri confini, prima regionali, poi nazionali, fino a diventare emblema della tavolozza di sapori per i quali il nostro paese è noto ovunque nel mondo.

Oggetto di disputa culinaria per ciò che attiene ai suoi ingredienti, il termine è stato oggetto involontario anche di una contesa linguistica avvenuta sotto gli occhi dei parlanti senza che neppure costoro ne avessero contezza. Ne è prova la variante la matriciana, ottenuta per errata segmentazione di l’amatriciana, dove quello che nasceva come un aggettivo etnico, derivato dal nome di Amatrice, si è fatto pragmaticamente nome in virtù della forza immaginifica del termine, grondante di aromi e di sapori.

Poi però… la realtà, che ha fatto sì che un terremoto, con la sua drammaticità e la colata di lutto che si è tirato dietro, restituisse al deonomico immagini e colori e odori e ricette tramandate di generazione in generazione della terra che ha generato quella che nessuno si sognerebbe di chiamare pasta col sugo di guanciale condita con pecorino. Perché in amatriciana, come in tutti i termini che si formano da nomi propri, la morfologia di parola resta marchiata a vita dalla vita dei luoghi e delle persone che nell’alchimia di quel cibo hanno depositato una parte della propria identità per poi riconoscervisi.

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Per approfondire

Si chiama deonomastica l’ambito della linguistica che si occupa della formazione di parole a partire da nomi propri, per esempio di persona o di luogo.

Può essere utile, per chi voglia saperne di più, la lettura dell’omonima voce scritta da Enzo Caffarelli, specialista dei nomi tra i più noti in Italia, per Treccani.it.

Chi scrive ha curato anni fa, insieme a Caffarelli e altri colleghi, una sezione degli Speciali di Treccani dove è possibile trovare materiali di approfondimento.

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