“Said in Italy” del 15 marzo 2016

Caronia, Nebrodi, Sicilia.

Novant’anni fa circa, lustro più lustro meno.

Come spesso accade quando, per sua natura, un episodio si mantiene in bilico tra il reale e la finzione, l’affamata e lucida verità di una battuta pronunciata per non essere una battuta travalicò le mura della casa e del paese, e, con esse, lo spazio e il tempo che l’avevano incorniciata.

Protagonista della storia, di quella reale, l’ultimo di una fitta schiera di figli maschi, soprannominato dalla comunità, famiglia compresa, U babbo per le non spiccate doti intellettive.

Richiamato in casa da un conoscente che lo avvisava dell’improvvisa scomparsa del padre, giunto finalmente a casa dopo varie ore di cammino – tanta era la distanza che separava la dimora della famiglia dalle campagne in cui il giovane travagghiava a journata, ovvero lavorava la terra pagato a giornata – una sola fu la frase che U babbo non riuscì a trattenere al di qua delle labbra, appena varcata la soglia,: «Potesse moriri nu patri ao juorno». Potesse morire un padre al giorno. Innanzi ai suoi occhi affamati e alla pancia spesso forzosamente accontentata solo a pane e cipudda – questo raccontava mia nonna, testimone dell’evento, a mio padre prima e a me e agli altri nipoti poi – si dispiegava in tutta la sua sfarzosa varietà e saporosità u cuonsolo, ‘la consolazione’, il pasto dei dolenti destinato, con il suo tripudio di odori, sapori e colori, ad alimentare e mitigare, attraverso il nutrimento e del corpo e, per mezzo di esso, dell’anima, il dolore dei congiunti dell’appena defunto.

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