Partiamo dalla bomba d’acqua.

Improvvisamente sembra non ci siano altri modi per riferirsi a ‘nubifragi imprevedibili con piogge intense e localizzate’.

Il parlante italiano è però consapevole che si tratta di una parola “nuova”. Ciò significa che, per riferirsi a ‘nubifragi imprevedibili con piogge intense e localizzate’, prima della bomba d’acqua esisteva qualcosa (anche di linguistico) che la bomba d’acqua ha spazzato via.

Almeno per il momento e nel caso di certi contesti.

A farne le spese il longevo ma non per questo meno efficace nubifragio ‘temporale, di norma tipicamente estivo e piuttosto improvviso, caratterizzato da violentissima pioggia, spesso accompagnata da rovesci di grandine e forti folate di vento, che possono provocare effetti disastrosi’ (Treccani.it).

Non meno penalizzata alluvione, termine che si riferisce a una realtà però contigua e complementare rispetto a quella denotata da nubifragio.

L’una ha infatti a che fare con la causa – la realtà evocata da nubifragio – l’altra, alluvione, con gli effetti del nubifragio stesso.

Rispetto a entrambe bomba d’acqua si offre come una sorta di sintesi, efficace alle orecchie della massa perché più evocativa in quanto crudamente descrittiva. Si potrebbe allora invocare, a spiegare il gusto della comunità parlante per il termine, della sua icasticità, dell’efficacia rappresentativa; condizione, questa, che fa gola a chi è in cerca di lingua da consumare facilmente.

  • L’etimologia.

Bomba d’acqua costituisce una ripresa, l’adattamento di un composto inglese, cloudburst ‘nubifragio’, con burst a indicare lo scoppio l’esplosione, nella fattispecie di nuvole: composto che, se calcato, avrebbe generato una forma dal dubbio potere evocativo; persino, forse, troppo poetica e di sicuro inadatta al contesto.

Non costituisce invece il calco o la traduzione di water bomb, l’equivalente dell’italiano ‘gavettone’, a dispetto della sovrapposizione formale.

Alla luce di questa premessa potremmo o dovremmo chiederci:

  • questa considerazione vale, in generale, per tutti i parlanti?
  • e vale per tutti i contesti?
  • e che previsioni è possibile fare sulla capacità del termine di guadagnare stabilmente spazio nei dizionari? (il fatto che Treccani inserisca il termine tra i neologismi 2014 significa che sia destinato a restarvi?)

Volendo mantenere la struttura del botta e risposta diremo che no, per fortuna non “vale” per tutti i parlanti e che, soprattutto, non vale per tutti i contesti, sebbene il termine abbia guadagnato spazio soprattutto nell’uso medio.

Ciò anche e soprattutto per via del contesto di irradiazione, da individuarsi nella lingua dei media. Il termine bomba d’acqua, che l’edizione on-line del dizionario Treccani annovera tra i neologismi 2014, registra infatti quasi un lustro di circolazione, da quando è apparso nella cronaca giornalistica.

Un tempo lungo abbastanza da farci ipotizzare che non si tratti solo di una moda del momento.

Ma ancora non sufficiente per una valutazione sul futuro a medio e lungo termine e per fare un confronto con tsunami, neologismo che da tempo ha perso il neo- e ha conquistato, nella famiglia del dissesto, spazio lessicale e semantico a scapito di una intera famiglia di termini.  

  • Un parallelismo.

Affine per storia ma non per esiti, flash flood ha fallito dove bomba d’acqua ha, almeno per il momento, attecchito. Ovvero nella lingua dell’uso.

Prestito dall’inglese, dove il sostantivo indica l’allagamento, l’alluvione, per lo più improvvisa, flash flood iniziò a circolare nel (dia)sistema italiano all’incirca nello stesso periodo in cui si sono registrate le prime tracce di bomba d’acqua.

Nel suo interessantissimo blog-osservatorio di studio Terminologia etc., Licia Corbolante scriveva, qualche tempo fa

“In un post del 2011, flash flood, alluvioni lampo e nubifragi, avevo osservato che i media ricorrevano sempre più spesso all’anglicismo flash flood per descrivere piogge molto violente e intense e mi ero chiesta se il prestito si sarebbe affermato.

A distanza di tre anni si può notare che la preferenza per flash flood è stata passeggera e invece si sta imponendo l’espressione bomba d’acqua, allora non ancora molto diffusa e anche recentemente avvertita come nuova”.

Considerazioni condivisibili, che se da un lato corroborano i timori circa la capacità di presa (trasversale) di bomba d’acqua, dall’altro, per l’effimerità (snob) di flash flood, autorizzano a chi osservi le dinamiche linguistiche con un pizzico di ironia la concessione di un sospiro di sollievo all’insegna del “poteva andare peggio!”.

A far da sfondo al discorso una trama costituita da

– il rapporto tra vecchio e nuovo, in senso linguistico e psicologico

– il rapporto tra l’italiano e le altre lingue, in special modo quelle sentite come di prestigio (ma nei due casi considerati, flesh flood e tzunami c’è una differenza)

– le modalità con cui “importiamo” parole: possiamo copiare o imitare e tra le due cose c’è una bella differenza

– la non necessità di certe copiature (prestiti non necessari, talvolta di lusso)

A chiudere una battuta su ciò che finora è rimasto sullo sfondo: il dissesto.

Dissesto è rifatto, per calco, su assestare, con l’aggiunta del prefisso privativo dis-.

Alla base del verbo il sostantivo sesto (il compasso), da sextus, ordinale di sex.

Il termine è attestato in tutta la storia linguistica con numerose accezioni e come testa di numerose forme complesse. L’accezione alla base di dissesto è quella di  ‘ordine, disposizione naturale, assetto’.

Di qui per assestare il significato letterale di ‘mettere in sesto (ma anche in sesta) ovvero in una condizione di stabilità’ e per dissestare ‘mettere in condizione di instabilità’.

Il membro della famiglia che ha goduto di maggiore fortuna, in senso diacronico e sociolinguistico, è però con ogni probabilità in sesto, locuzione che anche, a chi non sospetti affatto cosa si celi sotto la superficie dei suoni, evoca regolarità, ordine, perfezione, etc., in assenza delle quali più di qualche persona rischia di andare… fuori di sesto.

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