“IL RIPOSO DEL GUERRIERO” del 20 marzo 2011

Unità (GDLI): (unitade), sf. Condizione e caratteristica di ciò che è unico, singolo (e in partic., per lo più nel linguaggio filosofico, si contrappone a molteplicità e pluralità). – Anche: condizione o caratteristica di ciò che, pur essendo formato da varie parti o elementi, costituisce un tutto unitario, omogeneo e solidale.

Voce dotta dal lat. unitas, ottenuto per derivazione da unus.

Già da questa definizione si coglie l’essenza dell’unità, ovvero una condizione di sinteticità e al tempo stesso di analiticità in virtù della quale un elemento può al tempo stesso essere indivisibile e articolato in un insieme di parti tra loro combinate proprio a formare l’elemento stesso.

Guardare all’unità in senso sintetico equivale perciò ad avere una visione assimilabile ad un colpo d’occhio, complessiva perché concentrata sull’insieme ma poco attenta ai dettagli, per cogliere i quali è invece necessario perdere il complesso dell’insieme e focalizzarsi invece su un punto in particolare.

La Lingua di una nazione (dal lat. natio, connesso con il verbo nascor ‘nascere’, perché appertenere alla stessa natio significa nascere insieme e per conseguenza parlare anche la stessa lingua), il suo idioma di riferimento, si offre agli occhi di chi la osservi del tutto coerente con quanto evidenziato per la condizione di unità.

L’omogeneità tipica della condizione di sinteticità è quanto si presenta infatti agli occhi di chi guarda all’italiano come ad vessillo di riconoscimento di chi nasca in Italia o di chi ne diventi cittadino pur essendo nato in un paese diverso; l’articolazione, la varietà e la disomegeità – e dunque la somiglianza pur nella differenza – caratteristiche, queste, della condizione di ciò che è analitico, sono invece la norma per chi si confronti con la realtà linguistica di un posto, anche se circoscritto.

Si potrebbe persino giungere a dire, senza timore di smentita, che non esistano due individui che parlino la stessa lingua, tale è la personalizzazione che ciascun individuo – sulla base di fattori sociali, culturali, individuali – è in grado di operare sul sistema linguistico.

Ciascun individuo domina pertanto alcune tra le tante varietà compresenti all’interno della sua Lingua; quando due individui comunicano tra di loro impiegando una delle varietà in loro possesso, si verifica perciò una sorta di piccolo miracolo che consente (seppure in gradi diversi) la reciproca comprensione, e ciò sebbene quanto crede di aver detto colui che ha prodotto un enunciato (mittente) non coincida con quanto crede sia stato detto colui al quale è stato indirizzato quello stesso enunciato (destinatario).

Analitico e sintetico, intesi in questo senso, rappresentano perciò non solo un punto di forza, ma la forza del sistema linguistico, che, se fosse monolitico e da impiegarsi in maniera sempre uguale a se stessa, perderebbe probabilmente il ruolo fondante che invece ha nella stessa definizione dell’Uomo in senso sociale.

La conseguenza forse più banale ma certamente più tangibile di questa unitas si riflette allora nella capacità di un abitante del nord di capire un abitante del centro o del sud a dispetto di pronunce spesso assai diverse. Lo stesso si può dire dei significati – o meglio dei sensi – attribuiti a parole che, formalmente identiche, si caricano in luoghi diversi di accezioni anche se di poco differenti.

L’essenza del sapiens sapiens potrebbe conseguentemente individuarsi nella capacità di saper “filtrare”, partendo da segnali complessi diversi, una serie di invarianti di suono (fonologiche) o di significato (semantiche) divenute nel corso del tempo comuni a tutti coloro che appartengano allo stesso gruppo sociale.

Appare però evidente che,m come in un gioco destinato  a ripetersi in scala, col variare del gruppo sociale di riferimento (nel senso della grandezza o del criterio con il quale lo si ritaglia partendo da una massa indistinta) varieranno gli elementi invarianti comuni ai diversi individui.

Di qui la diversa percezione  che si ha confrontando due varietà di lingua oppure una varietà di lingua e un dialetto o, ancora, due dialetti, benché tra loro vicini.

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Sullo stesso argomento

Giuliano Amato

La lingua italiana e l’unità nazionale

(discorso tenuto nell’ambito dell’incontro su “La lingua italiana fattore portante dell’identità nazionale” –  Palazzo del Quirinale, 21 febbraio 2011)

Non lo prevedevo, ma bisogna dare atto a Gianni Minoli di aver trovato un reperto straordinario di Lascia o raddoppia: aggiunge disputa a disputa anche sulla data…: meraviglioso!
Fu Johann Herder a scrivere nella seconda metà del Settecento che il genio della lingua è anche il genio della nazione, ma ciò che egli scrisse fu e divenne il leit motive dei movimenti indipendentisti e nazionali del tempo, la connessione tra la lingua e la nazione. Ed è di particolare interesse che vi fosse, tra coloro che ripresero le espressioni di Herder, quel Gian Francesco Galeani Napione che la stessa lezione volle dare alla classe dirigente piemontese che si accingeva a fare l’Italia e si accingeva a farlo in francese. Napione sottolineò l’importanza della lingua proprio per affermare l’identità nazionale futura italiana nei confronti del primato francese in quel tempo così rilevante e significativo.
È indubbio che nel bagaglio delle matrici identitarie che servivano a legittimare le nazioni nascenti e che a volte erano inventate di sana pianta allo scopo di dare a questa legittimazione più forza, la lingua è sempre stata uno dei fattori più importanti. Del resto i cultori della storia classica ben conoscono la antica connessione tra la natio – quindi il nascere insieme, il far comunità insieme – e il parlare la medesima lingua.
L’Italia arrivò ai prodromi della sua unificazione con una situazione, dal punto di vista della lingua, assai peculiare perché essa possedeva la lingua comune, la possedeva addirittura dal Trecento e l’aveva conservata eguale fino all’Ottocento.
Quando il Presidente Ciampi riceveva in queste sale gli studenti – lo racconta lui stesso nell’ultimo libro, Non è il Paese che sognavo – leggeva loro un passo di Petrarca e un passo di Leopardi: «Italia mia benché il parlar sia indarno», «O Patria mia vedo le mura e gli archi, le colonne e i simulacri e l’erme torri» e chiedeva quale fosse il Petrarca e quale il Leopardi, alcuni lo sapevano altri no. Intendeva sottolineare che la struttura linguistica era fondamentalmente la stessa a cinque secoli di distanza. Era una lingua che già dal Seicento possedeva un suo vocabolario, quello della Crusca del 1612, che possedeva regole grammaticali già delineate da Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua. Eppure era una lingua che veniva usata prevalentemente, più ancora che dalle classi colte, dagli scrittori. E questo la separava dai più, tanto che nello Zibaldone e altrove Leopardi avrebbe proprio sottolineato l’assenza di sentimento nazionale diffuso che bisognava cercare di creare in ragione di questa separatezza: «la divisione che sussiste – avrebbe scritto – fra la classe letterata e le altre, tra la letteratura e la nazione italiana».
Quindi, fare di questa lingua degli scrittori la lingua degli italiani fu una missione dell’Italia nascente sulla quale, come è noto, vi furono idee diverse: Manzoni, nella sua relazione al ministro Broglio sulla unità della lingua e dei mezzi per diffonderla, avrebbe detto che occorreva diffonderla dall’alto verso il basso con mezzi anche coattivi, mentre altri come Graziadio Isaia Ascoli, notando che la scarsa diffusione della lingua era dovuta alla scarsa diffusione della cultura pensava che questa avrebbe determinato pian piano il diffondersi della lingua. Fatto sta ed è che in qualche modo ebbero ragione entrambi. (poi quello che dirà Manzoni e quello che di Manzoni avrebbe detto Croce lo sentiremo tra poco, ce lo leggerà Toni Servillo). Fatto è che un gran lavoro fecero le scuole, le nostre maestre: le prime maestre d’Italia furono tra le grandi artefici dell’unità nazionale.
Questa lingua si sarebbe diffusa grazie ai mezzi di comunicazione, la radio e la televisione, grazie alle migrazioni interne, grazie perciò a Rocco e ai suoi fratelli quando arrivarono al Nord e a quei sindaci che oggi ascoltiamo parlare a nome di città del Nord con accento calabrese o siciliano.
Il paradosso del nostro tempo è che questa lingua, che era nata come lingua scritta, sta sopravvivendo principalmente come lingua parlata. Abbiamo in qualche modo unificato il parlare degli italiani, mentre ci frammentiamo con lingua scritta per una pluralità di ragioni: l’ingresso di parole straniere, lo strano italiano che scrivono i nostri ragazzi e le nostre ragazze che hanno trasformato in lingua i loro sms e le loro comunicazioni in rete, gli specialismi che sono una cosa nobile ma che creano separati percorsi e separate sequenze linguistiche a seconda delle discipline alle quali apparteniamo.
Proprio per questo, per concludere, mi sia consentito ricordare l’importanza del lavoro per la comprensibilità e l’unità della lingua che fa un istituto come quello che ho l’onore di presiedere, coltivando quel sapere enciclopedico che ha tra i suoi meriti quello di rendere comprensibile ai più ciò che sarebbe altrimenti compreso soltanto dai pochi e lo fa attraverso l’uso di una lingua comune. Anche così si contribuisce a mantenere vitale una lingua che nel mondo migliaia e migliaia di persone oggi continuano ad imparare e continuano a farlo molto spesso non perché sia una lingua che serve necessariamente a fini pratici, ma perché serve ad entrare nella cultura che l’Italia ha prodotto e continua a produrre.
Mi è capitato proprio ieri di trovarmi davanti ad una riflessione di Massimo D’Azeglio su noi e sui francesi: «Tanto orgoglio da un parte [quella francese] e tanta modestia dall’altra. Non ho potuto fare a meno di desiderare che anche noi si imparasse a vantarci un poco almeno delle cose vere». Impariamo a farlo perché troppo poco siamo consapevoli delle cose vere che lo meritano.

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