“Cose dell’altro Geo” del 20 marzo 2011

Traumatologo: medico specializzato in traumatologia. La prima attestazione la si trova in Arbasino.

Traumatologia: dal gr. trauma ‘ferita’ + logos ‘dottrina’. Disciplina che si occupa dello studio e della cura delle lesioni traumatiche, soprattutto di quelle procurate da cadute o dall’intervento di agenti meccanici (cfr. GDLI).

Trauma: lesione, ferita dovuta all’intervento di fonti esterne; il termine passa poi alla psicologia per indicare un’alterazione dello stato o della struttura psichica di un soggetto dovuta alla sua incapacità di rispondere adeguatamente ad una sollecitazione esterna, emotivamente forte. Estensivamente questa seconda accezione ha determinato quella di ‘forte emozione determinata da fatti inattesi gravi, sconvolgenti’ e conseguentemente di ‘condizione di grave disagio, di disadattamento’.

Pur trattandosi di un termine di origine indoeuropea e attestato nel corso della storia linguistica tutta, è nel Novecento che trauma e la famiglia lessicale che ad esso fa capo raggiunge la fortuna massima.

Le parole di questa famiglia (traumatico, traumaticamente, traumaticità, traumatismo, traumatizzato, traumatizzare, traumatizzante, traumatocorismo, traumatofilo, traumatologia, traumatologico, traumatologo, traumatonastia, traumatoparassita,, traumatotassi, traumatotropismo, barotrauma, psicotrauma, microtrauma) sono infatti per lo più recenti, moderne, e inaspettatamente “fortunate”. Almeno alcuni di questi termini sono sfuggiti alla collocazione tipica dei prestiti colti ancor più se di ambito tecnico-scientifico per penetrare nel complesso dell’architettura della lingua.

Trauma da questo punto di vista si rivela esemplare: nel linguaggio dell’uso non avrebbe avuto possibilità di accreditamento, dovendo competere con termini ininterrottamente attestati nel corso della storia della nostra lingua (si pensi a ferita o a lesione, già piuttosto diversi tra di loro dal punto di vista della percezione del parlante, e infatti ricondotti a due ambiti di uso diversi); ma l’enorme popolarità di correlati divulgativi della psicologia e della psicanalisi, più ancora che della medicina, ha fatto si che il termine, liberato dalla sua collocazione specialistica, circolasse per poi affermarsi nel dominio generale dell’uso.

Ciò da una parte ha condotto alla perdita – solo in apparenza svantaggiante – di specificità semantica del termine (la capacità di riferimento univoco, privo di ambiguità è la caratteristica fondamentale dei termini tecnici e specialistici), ma dall’altra ne ha invece garantito il successo indiscusso e privo di concorrenza. Nella percezione del parlante medio trauma non si offre infatti come concorrente di ferita o di lesione (fatto forse salvo il linguaggio della divulgazione scientifica), ma con la sua aura psicologizzante, occupa nel repertorio dell’uso una posizione autonoma (in cui non si riesce a prescindere dall’impatto emotivo) e carica di significazione.

In sintesi, per l’italiano dell’uso contemporaneo è possibile parlare di più traumi (!!!):

– un trauma dal significato concreto e vicino all’originario, impiegato in ambito medico

– un trauma anch’esso in origine di ambito specialistico (psicologico, psicanalitico: sia questa accezione che la precedente iniziano a circolare intorno al 1880) ma che, grazie alla mediazione della letteratura dei primi decenni del Novecento, è poi riuscito a penetrare nell’uso in una versione “alleggerita” dal punto di vista semantico ma densa di carica emotiva. Questa carica, data dall’impossibilità di scindere il termine dall’impatto emotivo esercitato sul singolo o sulla massa da un determinato evento – impatto che si ricrea, che viene evocato, ogni qual volta il termine viene utilizzato, ha garantito la fortuna di

– un trauma di ambito non specialistico, comune, di largo uso.

La fortuna di questo trauma ha poi condotto ad una ripresa in ambito letterario del tutto nuova rispetto a quella che, nella prima parte del secolo, aveva fatto da ponte tra specializzazione e massa parlante. Dopo la seconda guerra mondiale, a seguito dell’impatto suscitato dall’uso della bomba atomica, viene a crearsi un nuovo movimento letterario, identificato proprio come letteratura del trauma.

Insomma, il Novecento è il secolo del trauma, e chissà in che misura sarà giudicato dagli storici anche come secolo traumatico!

ARGOMENTI DI APPROFONDIMENTO

Mantenendo come filo conduttore il rapporto tra lingua dell’uso e linguaggi tecnico-specialistici potremmo scandagliare la percezione dei linguaggi tecnico specialistici da parte dei parlanti in un ambito quale quello pubblicitario.

Perché se è vero che il tecnicismo preclude il più delle volte la comprensione da parte dei non “addetti ai lavori” o di chi, per cultura, ha accesso a quei linguaggi, è anche vero che la pubblicità (e questo non vale solo per quella contemporanea, visto che all’inizio del XX secolo accadeva la stessa cosa) ha sempre fatto leva su termini specialistici per operare la propria persuasione.

Perché dunque un termine che non viene decodificato da chi fruisce di un testo pubblicitario riesce ad essere convincente e a persuadere il lettore/ascoltatore della bontà del prodotto commercializzato?

Si potrebbe poi considerare un altro aspetto: per il parlante medio, infatti, il tecnicismo è un prestito a tutti gli effetti, alla stregua di una parola straniera. Per differenziare il prestito colto o classico, area a cui fa capo il tecnicismo, visto che per lo più si tratta di termini di matrice greca, si parla di prestiti di lusso. Insomma, la lingua dell’uso aveva lesione: perché prendersi (anche) trauma?

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