“IL RIPOSO DEL GUERRIERO” del 4 settembre 2011


“Le grammatiche non avrebbero ragione di esistere senza le sgrammaticature, e siccome in Italia c’è stata abbondanza di grammatiche ci deve essere stata abbondanza di sgrammaticature “. Così Pietro Trifone ad introduzione di Malalingua. L’italiano scorretto da Dante a oggi (pag. 9) e continua sottolineando come pur essendo questo genere di problemi, ieri come oggi, imputabile alla distanza tra scritto e parlato, a differenza di un passato anche recente il rischio per il parlante contemporaneo risiede nella tendenza (e tentazione) di appiattire troppo lo scritto nel parlato.

L’esistenza di deviazioni rispetto a quanto ci si aspetterebbe alimenta d’altra parte quella folte messe di casi in bilico tra errore e innovazione, due categorie spesso strettamente collegate l’una all’altra più di quanto ci si aspetterebbe stando al rigore e alla determinazione tipici di molta parte delle grammatiche normative.

Venuta però meno una ferrea certezza su cosa debba essere ritenuto “giusto” e cosa “sbagliato”, sembrerebbe traballare anche la fiducia nell’esistenza di un modello linguistico complessivo universalmente riconosciuto come “corretto” cui far riferimento nel caso di dubbi o, più in generale, per il proprio fabbisogno comunicativo. Di un modello definibile come standard non “contaminato” da fattori di natura sociale, geografica o culturale, fattori, questi, alla base delle molteplici varietà che sembranno affliggere da ogni dove i tentativi di definire (in senso anche etimologico) un identikit certo della Norma di riferimento per l’italiano dell’uso contemporaneo.

Non essendo questa la sede per affrofondire gli aspetti teorici sottesi a questo genere di discussione, ci si limiterà a sottoporre alla lettura e alla curiosità del lettore alcuni esempi degli esiti a cui può condurre il desiderio di dominare quella norma e, forse ancor più, di mostrare all’interlocutore di turno, in particolare se ritenuto di valore, questa capacità. Si forniranno pertanto alcuni esempi (recenti e non) di quel fenomeno noto come ipercorrettismo.

Magliale, zabaglione, aggiuto: tipici del parlante di area romana desideroso di evitare la resa di gl con j e in generale della trascuratezza articolatoria che porta alla resa come approssimante di suoni laterali (si pensi ad ajo per aglio). Questa “interpretazione” stravolge la pronuncia di maiale e zabaione (forma più insidiosa della precedente) e determina un aggiuto per aiuto colpevole solo di contenere nel dittongo il suono approssimante.

Lalde: forma con cui il parlante timoroso di cadere nell’errore popolare autro per altro rende la laude, forma arcaica (e di ambitro religioso) di lode.

Suono per sono, voce del verbo essere, speculare alla coppia sono (con vocale tonica aperta) per suono (secondo il tipo bono per buono), è riportata anche dal Belli insieme ad altri “raddrizzamenti” quali deselto per deserto (cui fa da sfondo scerto per scelto).

Lo stesso spirito anima la forma tondo per tonno, il pesce, coppia speculare a quella in cui tonno così come monno presenta la nasale lunga (doppia nella grafia) in luogo del nesso nasale + dentale (di tondo e mondo).

Se questi esempi distinguono la resa imperfetta del parlante romano – costituiscono pertanto degli errori di tipo separativo – forme come havallo o, sul piano della sintassi, andare a trovare a qualcuno, pur risultando altrettanto separative demarcano invece, rispettivamente, il parlante fiorentino e quello siciliano.

Né si salvano le altre regioni (da intendersi in senso non necessariamente amministrativo, giacché le regioni linguistiche mal si adattano ai colpi di matita e riga che hanno porzionato la nostra penisola in epoca moderna), di cui si avrà modo di parlare in un’altra occasione.

Ma se questi esempi mostrano come l’errore può separare – ed individuare una realtà rispetto alle altre – ce ne sono tanti altri che mostrano come invece l’errore possa unire, contribuendo alla creazione di una facies panitaliana (non conforme alla norma, ma pur sempre panitaliana, perciò di tutti).

E’ il caso di lui per egli come pronome soggetto, di te per tu ancora in funzione di soggetto, di gli per loro, del che usato impropriamente laddove ci si dovrebbe aspettare una forma con cui (es. il libro che ti ho parlato) o del periodo ipotetico dell’irrealtà espresso con l’indicativo in luogo del congiuntivo (es. se non partiva… per se non fosse partito).

Come barcamenarsi e come sentirsi a posto con la lingua tra errori separativi ed errori congiuntivi?

Ricorrendo ad una grammatica senz’altro, ma anche tenendo a mente che tutti, chi più chi meno, si è un po’ bastardi dal punto di vista linguistico.

E questo non vale solo oggi. Alla fine del Seicento Andrea Perrucci, in un trattato di recitazione, rilevava proprio come non esista chi non pecchi in qualcosa e del tutto correttamente parli.

“[…] è cosa più chiara del sole stesso”, sentenziava il Perrucci riferendosi in particolare all’inevitabilità dei vizi di pronuncia.

Questa chiarezza non deve però costituire un alibi e indurre a ritenere inutili o poco utili le grammatiche, che contro i raggi troppo forti del sole possono costituire degli ottimi occhiali.

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