“IL RIPOSO DEL GUERRIERO” dell’11 settembre 2011

Salve, imperativo di salveo, verbo difettivo della seconda coniugazione dal significato di ‘essere in buona salute, star bene’.

Il verbo si trova attestato nel corso di tutta la latinità e ricorre invarie forme (es. salvete, al plurale o salveto, seconda e terza persona dell’imperativo futuro, un tempo che non si è mantenuto in italiano esprimente, almeno in via di principio, un comando solenne o un’azione destinata a ripetersi).

La forma imperativa non va letta in modo iussivo (ovvero nel senso dell’ordine, del comando) bensì ottativo (desiderativo), dal momento che esprime un auspicio dalla funzione pragmatica oltre che linguistica: solitamente ricorre infatti in formule di saluto iniziale e di commiato.

Il riferimento allo stato di buona salute costituisce una spia della familiarità di queste forme con quelle connesse a salus, salutis ‘salute, sanità, salvezza’ e, ancora per il tramite di formule augurali, ‘saluto’ (alicui salutem dare o nuntiare o impertire stavano infatti per ‘salutare uno, qualcuno’, così come alicui salutem ascribere espimeva l’intenzione di ‘aggiungere saluti per qualcuno’).

Al lessema salv– va perciò ricondotta una estesa famiglia lessicale comprendente il riferimento ad uno stato prima fisico, dunque concreto, (la salute, la salvezza) e successivamente morale, per via di metafora.

L’impiego di questa metafora in contesti formulari, quelli, per l’appunto, del saluto, è stata la via che ha condotto nel tempo allo “sbiadimento” dei contesti in cui i lemmi formati da salv– ricorrevano, portando da una parte al significato moderno del salutare, privo, per il parlante contemporaneo che si basi esclusivamente sulla propria competenza di parlante nativo, di ogni riferimento alla salute/salvezza e, dall’altra, ad una forma allocutiva usata per marcare l’incipit o l’excipit di una conversazione in alternativa a forme solitamente ritenute più formali (solitamente, perché la questione della semantica attribuita dai parlanti italiani contemporanei a salve! è in realtà piuttosto articolata e per questa ragione non può essere trattata in questa sede).

Se queste argomentazoni minime risultano probabilmente efficaci per compiere un’operazione di recupero della valenza primaria di salvere da cui salve , una disamina più puntuale imporrebbe invece almeno di spiegare:

– che rappurto ci sia tra la –v– di salve e la –u– di salute (lo stesso suono, approssimante, che si vocalizza davanti a consonante e si consonantizza, invece, davanti a vocale)

– come si passi, al di là della ricostruzione ai fini etimologici, dall’idea di salute/salvezza a quella di saluto nell’italiano moderno (in cui la forma è sentita, come si è detto, equipollente a ‘buongiorno’ per contenuto ma non per adeguatezza contestuale)

– che posizione ci si dovrebbe attendere, per salve!, nell’ambito dell’enunciato

Infine, se si volessero ancorare queste considerazioni ad una trama anche cronologica, ci si dovrebbe o potrebbe chiedere in quali epoche e, soprattutto, in coincidenza di quali contesti i diversi slittamenti abbiano avuto luogo.

Il tutto nel quadro più ampio dei mutamenti, fenomeni compresi tra istanze linguistiche e istanze culturali, dei quali è intrisa la nostra stessa conoscenza del mondo, seppur non sempre in maniera evidente per i parlanti.

La storia continua…

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