“IL RIPOSO DEL GUERRIERO” del 25 settembre 2011

Tra neologismi veri e propri e nuovi significati per parole “vecchie”, la lingua, come una pellicola discreta ma resistente e variopinta, si (ri)modella sulla realtà, consentendo di stare al passo con i suoi continui cambiamenti.

Punto di partenza sarà la forma millennial generation o millennials o generation y, coniata in contrapposizione a generazione X (i nati alla fine del baby boom che ha fatto seguito alla II guerra mondiale) e impiegata per riferirsi alla generazione di “giovani che crescono a pane e tecnologie Web e lavoro”.

Altre innovazioni nello stesso ambito

NUOVE TECNOLOGIE
– googlefonino
– smanettone
– Chickipedia (catalogo di belle donne)
– chiavetta

Altri ambiti citati

CRONACA POLITICA
– patata bond e patonza bond
– utilizzatore finale (calco dall’inglese oltre che sostituto eufemistico per cliente, perciò creazione “sofisticata”)
– la sfilza incredibile di composti in –poli, tutti con capostipite nel neologismo per eccellenza degli anni 90, Tangentopoli, rinnovellato alcuni anni fa dallo scandalo di Calciopoli
– mignottocrazia
– B-day, V-day
– bamboccione (non neologismo in senso stretto)
– top escort
– escortaro

SPORT
– pazzinter (parola macedonia, fusione di Pazzini e Inter)
– gasp (troncamento del cognome dell’allenatore dell’Inter; ha il vantaggio della brevità e del nesso consonantico finale, senz’altro eufonico e “maneggevole”. Se non fosse stato esonerato ci sarebbe senz’altro stata a breve la gasperinite o la degasperinizzazione)
– Eupalla (fine, d’autore: G. Brera)

DIVULGAZIONE MEDICA
– ginocchio della suora (nuovo nome con cui è nota quella malattia prima nota come ginocchio della lavandaia)
– wiite (dalla console Nintendo)
– pollice da Blackberry

MUSICA
Platonia (Califano)

Approfondimento

Che si deve intendere per neologismo? La risposta a questa domanda è tutt’altro che univoca.

Con una domanda analoga si apriva un intervento di Tullio De Mauro alle giornate di studio del 2005 su “Che fine fanno i neologismi”, svoltesi in occasione del centenario dalla pubblicazione del Dizionario moderno di Alfredo Panzini, giornalista romanziere e lessicografo autore di un repertorio, ad oggi unico, di parole nuove, la cui ultima edizione (postuma) risale al 1942.

Né si tratta di un problema epistemologico e definitorio proprio della sola lingua italiana, dal momento che anche in altre lingue (tra le quali il francese, dal quale l’italiano ha preso il termine in prestito) si dibatte, talvolta da alcuni secoli, su cosa vada ritenuto neologismo e cosa, invece, creazione occasionale, destinata ad esaurirsi in un intervallo di tempo troppo breve persino per una sincronia di ridotte dimensioni.

Afferma De Mauro (De Mauro Tullio, Dove nascono i neologismi, in Adamo Giovanni-Della Valle Valeria (a cura di), Che fine fanno i neologismi? A cento anni dalla pubblicazione del Dizionario moderno di Alfredo Panzini, Olschki, Firenze, 2006, p. 23 e ss.): «Autorevoli dizionari della terminologia linguistica, da quello di Jules Marouzeau a quelli di David Crystal, inclinano verso quella che pare l’accezione più comune: il neologismo è una parola nuova, in tedesco una Neubildung. […] Non tutti si preoccupano (lo fa giustamente Crystal) di distinguere tra neologismi e nonce words, o, come più spesso si dice, occasional words, le parole «di un momento», soltanto «occasionali».

Ma c’è una disattenzione anche più rilevante. Non tutti includono nella categoria del neologismo, accanto alle neoformazioni, anche le innovazioni di significato. Curiosamente stanno attenti a menzionare i neologismi di significato non tanto i dizionari specialistici della linguistica, quanto i lessicografi che lavorano, per dir così sul campo […]. Un grande urbanista italiano del Novecento, Luigi Piccinato, nell’introdurre le sue lezioni sul tema città-campagna, amava ricordare e dire: Tutte le città nascono in campagna. Forse potremmo ripetere il bon mot e dire: Tutte le parole nascono come neologismi.

Questo va detto per almeno tre motivi.

a)  Il primo è cercare di placare l’animo spesso esacerbato di misoneisti e puristi, specie antica e tenace, dai tempi di Tucidide e Orazio a oggi.

b)  Il secondo motivo è rendere esplicito che la nozione di neologismo non è assoluta, ma è relativa a una data epoca della tradizione di un patrimonio linguistico […]

c)  Ma soprattutto vi è un terzo motivo di natura teorica. […] i neologismi, la produzione di neologismi, sono fisiologia linguistica, non patologia o bizzarria. Essi sono parte profonda e ineliminabile dei processi di innovatività permanente che caratterizzano l’uso che facciamo delle lingue e che le rendono oggetti singolari nell’universo semiotico.

Hanno insegnato Hermann Paul e Hugo Schuchardt, insegnava Saussure, che novations e fluctuations caratterizzano il comprendere e usare produttivamente parole e frasi di una lingua. È ciò che poc’anzi ho provato a chiamare «processi di innovatività permanente. Ma vorrei mettere in chiaro che l’innovatività linguistica si presenta, a me pare, con due grandi aspetti diversi, con la sedimentazione di due ordini di fenomeni e fatti diversi anche se complementari: il primo aspetto e ordine è, per usare un termine generalissimo, quello delle neoformazioni e neosemie, il secondo, cui ho già implicitamente accennato, è quello della obsolescenza».

Obsolescenza e neoformazione costituiscono perciò le due facce, interdipendenti, della stessa medaglia, la cui ragione d’essere andrebbe approfondita e comunque ricercata al di fuori di un’ipotesi meramente referenzialista, perché così facendo si banalizzerebbe il fenomeno, riducendolo alla necessità di dover dare nome a nuove realtà o, al contrario, alla conseguenza del disuso delle stesse.

«Il ciclo vitale delle parole […] non è sempre assimilabile a un processo lineare. Non solo la lingua italiana mostra, più delle altre grandi lingue di cultura, una sorprendente «costanza dell’antico» (come l’ha definita Nencioni, citando locuzioni quali botte da orbi, povero in canna, ecc.), ma in alcuni casi si assiste al recupero di voci già uscite per un certo periodo dall’uso […]. Questo genere di riflusso può agire anche in maniera più radicale. Si dà il caso infatti di parole e locuzioni che, cambiando completamente status, si trasformano da arcaismi a neologismi, grazie a un’improvvisa fortuna che le rende – dopo una prolungata scomparsa dall’uso – improvvisamente alla moda» (Serianni Luca, La lingua nella storia d’Italia, Roma, Società Dante Alighieri, 2002, p. 20).

Nel qual caso si può parlare anche dimodismi”, espressioni che imperversano per un certo periodo, solitamente di breve durata, comparendo in maniera ossessiva in forme di testualità disparate e nel repertorio di parlanti assai diversi per competenza metalinguistica.

Si tralascerà, per il momento, la questione delle potenzialità di stabilizzazione delle nuove formazioni nel sistema linguistico e dei fattori determinanti affinché ciò possa accadere, per cercare di cogliere, invece, le dinamiche interne al sistema linguistico, alla sua stratificazione, alle quali occorre rifarsi per distinguere le neoformazioni dal punto di vista della costituzione.

Una cosa è, infatti, definire neologismo, per un determinato periodo di riferimento, un vocabolo come e-learning o brent, altra cosa è riferirsi a fitoestratto o gastroduenalgia, altra ancora è omissizzare o, ancora, lo stramoggiare del titolo di questo contributo inteso nella nuova accezione che si discuterà oltre.

Un quadro quanto più possibile esaustivo delle neoformazioni appare comprendere, seguendo lo stesso De Mauro, 1) neoformazioni endogene; 2) neoformazioni esogene o xenismi; 3) neosemie endogene; 4) neosemie esogene o Bedeutungsentlehnung.

Non può non notarsi, anche ad una lettura cursoria, l’assenza del termine neologismo, main topic del discorso, in luogo del quale si ritrovano rispettivamente neoformazione e neosemia, a seconda della provenienza dei formanti e del modello sottostante alla creazione, spia del fatto che quello metalinguistico è un fattore tutt’altro che secondario in seno alle discipline linguistiche.

Sul piano più strettamente linguistico, essendo il neologismo il prodotto di quel fenomeno psicolinguistico noto come ”analogia”, uno schema mentale che funge da modello per la coniazione di nuove parole (corrispondente alla struttura di una parola usuale ben determinata o di un piccolo gruppo di parole ben determinato; cfr. Grossmann Maria, Rainer Franz, ivi, p. 8), si comprenderà la ripartizione postulata da De Mauro guardando all’elemento che ha funto da modello per il neologismo.

Quando il neologismo si ottiene da parole già esistenti, delle quali si manipola il piano del significato, si parlerà di neosemie; quando invece le nuove parole coinvolgono per lo più lessici di ambito tecnico-specialistico, allora si parlerà di neoformazioni.

Al primo tipo, più difficile da cogliere ma certamente più interessante perché esemplificativo dello sfruttamento delle risorse interne al sistema (in grado di produrre una potenzialità espressiva incalcolabile), si riconduce una molteplicità di fenomeni anche “interlinguistici”, legati, cioè, agli effetti prodotti dal contatto con un sistema linguistico diverso, che può essere costituito da una lingua straniera ma anche da un dialetto.

Al secondo, vocaboli ripresi e variamente integrati oppure rifatti su modelli alloglotti, antichi (si pensi al ruolo del greco e del latino nella costituzione dei linguaggi tecnico-scientifici) o moderni (come nel caso dell’inglese per la terminologia informatica).

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