“Il riposo del guerriero” del 31 marzo 2012

Quale ricetta per una buona educazione? Questo interrogativo ha da sempre attirato l’attenzione di precettori ma anche di letterati impegnati nel delicato compito di educare… (meglio se) edulcorando. Aristotele prima, Lucrezio, Orazio e, molto più tardi Tasso, hanno infatti ritenuto che la via per una buona educazione (dal lat. educatio, deverbale da educare ‘allevare, formare’ che ha però recepito il contenuto anche di un corradicale di educare, il lat. educere – della terza coniugazione ma che alla prima persona dell’indicativo presente appare identico all’altro verbo, salvo per la quantità della vocale –u-; – che al significato di ‘allevare’ giunge partendo dal significato di ‘fare uscire, far sbocciare’) passi per il miscere utile dulci.

Che lo si traduca più letteralmente ‘unire l’utile al dolce, al dilettevole’, o, in maniera più libera, ‘versare le gocce della medicina sulla zolletta di zucchero’, la formula miscere utile dulci è la variante classica e più colta del marypoppiano Basta un poco di zucchero… e la pillola va giù, una variante che nel Vocabolario on line di Treccani è stata lemmatizzata alla stregua di una sola parola, tanto l’espressione è coesa.

Questa è la definizione che ne viene data

miscere utile dulci (lat. ‘mescolare l’utile al dolce’). – Frase latina tratta da un passo di Orazio (Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci, Lectorem delectando pariterque monendo ‘ha avuto ogni voto colui che ha saputo unire l’utile al dolce, dilettando e nello stesso tempo ammonendo il lettore’, Ars poet. 342-343), di significato equivalente all’ital. unire l’utile al dilettevole, con cui si usa tradizionalmente enunciare il concetto pedagogico-estetico dell’’ammaestrare dilettando’.

A dispetto di quanto ci si potrebbe aspettare da simili premesse, la seconda parte di questa riflessione guarderà però a quella che per troppo tempo ha costituito una pratica educativa diffusa – efficace e necessaria, a dire dei suoi praticanti; una pratica che, dicono i risultati della campagna “A mani ferme” promossa da Save the Children, è ancora di moda per almeno un genitore su quattro in Italia. Stiamo parlando del ceffone, termine attestato dal XVII sec. col quale si indica un ‘colpo a mano aperta sul viso’. Il viso, anzi il capo, è la chiave di volta etimologica di questo termine, esito francese del lat. caput (da cui, per l’appunto, il fr. chef) recepito dall’italiano per riferirsi al ‘muso di animali’ prima e poi, metaforicamente, al ‘volto umano brutto e deforme’.

La stessa trafila ha però avuto per esito anche un’altra forma, un derivato ottenuto per suffissazione in –ata, modello del quale la lingua italiana si è servita e si serve frequentemente per modellare sostantivi che, tra l’altro, rinviano al tempo stesso all’oggetto con cui si inferisce un colpo e alla parte del corpo coinvolta dal colpo, sostantivi quali ginocchiata, testata e tanti altri.

Questa forma, ceffata, e il suo diminutivo ceffatella, sono infatti attestati nell’italiano antico ma sono poi caduti in disuso.

Il “ceffone educativo” è comunque in buona compagnia, essendo la famiglia lessicale di cui ceffone può essere considerato il membro più rappresentativo (o tra i più rappresentativi) decisamente numerosa, come comprova la voce colpo del Dizionario antologico autoprodotto con indicazione di sinonimi e antonimi di Domenico Idato, un libro la cui funzione, nella volontà dell’autore, è “di richiamare alla mente la parola giusta (sostantivo, aggettivo, verbo) usando quella che è venuta subito in mente e della quale non si è soddisfatti”.

134b Colpo s.m. […] scapaccione, scappellotto, schiaffo, pugno, ceffone, manrovescio, cazzotto, mandritto, manritto, rovescione, sommommolo, sleppa, sculacciata, sculaccione, sfondone, sberla, sberlone, sergozzone, scilacca, sfrombolata, scoppola, tosc. scopola, sganascione, gerg. sganassone, svirgola, acciaccata, sventola, swing, rovescio, labbrata.

Una ricerca a più ampio raggio consentirebbe di individuarne ancora altri, variamente collocabili tra le varietà di cui dispone la nostra lingua.

Dal punto di vista etimologico si approfondiranno quelli di maggior diffusione.

Schiaffo ‘colpo in faccia’, da *slaff / * sklaff di probabile origine onomatopeica (precedentemente c’è chi si rifaceva ad un antecedente gr. kolaphos ‘colpo’, ma questa possibilità sembra meno verosimile) attestato grosso modo dal XIV sec.

Connesso a questa forma è il denominale schiaffare (ad es. in prigione), ritenuto dagli etimologisti di provenienza gergale e romanesca.

Sberla, settentrionalismo recente (XIX sec.) sulla cui etimologia sono stati proposti accostamenti apparsi poco convincenti (ad es. da una parola germanica passata al francese antico e di lì al genovese, in cui si trova una forma abbastanza simile ma dal significato di ‘tavoletta’, difficilmente riconducibile alla semantica del colpo), al punto da far invocare un etimo sconosciuto

Abbastanza trasparenti sono poi sculacciata, dal participio di un verbo parasintetico (sculacciare) da culo (‘fondo di un recipiente, di un oggetto’, ma già in lat. culus ‘ano’, a sua volta da una protoforma indoeuropea dal significato di ‘cavità’) e manrovescio, parola descrittiva della parte anatomica con cui il colpo viene inferto (da questo punto di vista il termine può, in un certo senso, essere ritenuto speculare e complementare allo schiaffo, per il quale solitamente si ricorre alla parte interna della mano).

Sul versante delle azioni “(ri)educative” si citeranno invece

menare e picchiare, il primo evoluzione del lat. minari ‘minacciare’ (il riferimento originario è alla conduzione dei buoi, accompagnata da minacce di e da percosse), il secondo ritenuto da taluni onomatopeico, da altri (ma questa soluzione appare più stiracchiata) connesso con picchio ‘becco’ da *piculum diminutivo di picus.

L’analisi, come la lista dei termini, potrebbe proseguire ma non andrebbe ad aggiungere molto, se non notazioni di carattere linguistico e/o etimologico, ad una verità che già appare piuttosto definita: lo spazio semantico del ceffone appare riccamente popolato, variegato, articolato dal punto di vista della provenienza – geografica o in termini di stratificazione sociale – dei singoli termini, a volte pittoresco, spesso onomatopeico e sicuramente evocativo.

Tale ricchezza, entusiasmante per i curiosi di fatti di lingua, non può spiegarsi se non con l’ampia diffusione, nel corso della storia (linguistica) dell’Italia, di ciò a cui rinvia la lingua. E di ciò c’è ben poco di cui rallegrarsi.

Fonti: DELI, GDLI

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