“Il riposo del guerriero” del 22 luglio 2012

L’argomento proposto per la puntata odierna è strategico per la lettura della nostra società, organismo così complesso e complicato da indurre molti analizzatori a rifuggire verso una lettura di essa per strati, per compartimenti stagni; spia di questa pratica è l’uso ostinato e semplicistico del singolare (la donna, la famiglia, etc.), in luogo di un plurale divenuto ora più che mai necessario (le donne, le famiglie, etc., inteso come i vari possibili modelli di donna o di famiglia).

Per ragioni di competenza ma anche di brevità, mi limiterò a prendere parte all’interessante discussione che si è svolta nel corso della trasmissione con alcune chiose che rinviano, come ci si attende, a questioni linguistiche.

Una tra tutte: lavoratrice o in carriera?

Questa opposizione terminologica rivela infatti a mio giudizio una scelta di grande significatività.

Non c’è alcun problema di tipo morale nel considerare – e giudicare – una donna lavoratrice (da un derivato di labor laboris, parola latina che in sé rimanda non alla “semplice” attività ma alla fatica ma anche alla pena con cui si svolge un’attività), nei cui confronti è anzi facile essere solidali per via delle ragioni che frequentemente, a causa delle carenze di assistenza sul piano sociale (quello dello stato sociale che è diventato ancora più estraneo da quando lo si chiama Welfare), la spingono ad accettare anche condizioni svantaggiose di lavoro.

Quando invece si è di fronte ad una cosiddetta donna in carriera, scatta invece un atteggiamento censorio volto ad evidenziare tutto quanto inevitabilmente, a giudizio di chi usa questa espressione, l’essere in carriera va a togliere a ciò che ci si aspetta che una donna (in età fertile e non solo) sia o faccia: alla cura dei figli se giovane, a quella dei genitori e dei nipoti se in età più avanzata.

Sono consapevole del fatto che un’affermazione del genere possa suonare come banale o provocatoria, a seconda delle proprie convinzioni. Ma intendo farlo comunque, certa però di non voler adottare una prospettiva femminista o di parte. Di una qualsiasi parte.

Servendomi degli strumenti di cui ci si avvale in un certo tipo di linguistica – linguista sono e non posso smettere di esserlo anche quando analizzo ciò che mi circonda – mi accosterò a quanto celato dall’opposizione lavoratrice vs in carriera servendomi di due grimaldelli linguistico-concettuali, che vanno sotto il nome di stereotipo e ideologia (immaginando che il primo sia una perla, la seconda è la collana che la contiene, unitamente a tante altre).

Parlare di società e di componenti costitutive di una società, quasi obbligatoriamente fa infatti scivolare nel terreno dello stereotipo e per una ragione molto semplice. Se uno stereotipo si è formato e regge ancora agli effetti del tempo, allora significa che il terreno fertile che ne ha consentito l’alimentazione e lo sviluppo è ancora in grado di rilasciare le sostanze necessarie a mantenerlo vitale. Una facile controprova è la potenza immaginifica, in senso letterale, dello stereotipo di cui stiamo discutendo: a chi si rifà ad un certo tipo, diffuso, di ideologia, quello che comprende lo stereotipo della donna in carriera, il sembiante di quella donna apparirà descrivibile nei termini di ‘donna single o non impegnata in relazioni sentimentali stabili (quando non disinvolta nelle proprie relazioni interpersonali); che non sa fare la marmellata o cucinare in generale; che ama i tailleur e in genere l’abbigliamento curato; con un piglio rigido e sicuro’. Una donna che somiglia, nei modi e nell’approccio alle cose, ad un uomo: cosa che fa tacitamente acquisire un plusvalore alla donna in  questione per via dell’approvazione sociale di cui gode il modello maschile virile, ma che più platealmente ne sancisce la condanna agli occhi della “donna italiana” (declinata ora come “madre di famiglia”, ora come “donna media” o come la pluricitata “casalinga di Voghera”). Tipi di donna che la cronaca ci narra essere sempre più stritolati tra modelli alternativi concorrenti, ma che di fatto sembrano continuare a dominare il palcoscenico del giudizio collettivo su numerosi argomenti. O almeno così ci dicono.

Lavoratrice o in carriera non è l’unica coppia di parole che cela potenti stereotipi: stereotipi frequentemente sessisti troppo semplicisticamente liquidati come esempi di maschilismo quando invece, a mio modo di vedere, celano una discriminazione contemporaneamente della donna e dell’uomo.

Due tra tutti, tra loro strettamente legati: mammo e casalingo.

E sul piano delle icone, che dire del cartello che in moltissimi luoghi pubblici indica la presenza di un fasciatoio per il cambio dei neonati?

Capisco la raffigurazione all’origine, su quel cartello, della donna intenta a cambiare il pannolino al proprio bambino sia perché le icone riflettono una condizione di riferimento per la massa – e la massa ci dice che nella nostra società in maggioranza sono o sicuramente sono state le donne ad occuparsi del cambio del bambino – sia perché generalizzare su quello come su ogni altro tipo di cartello l’immagine dell'”omino”, privo di evidenze di genere, equivarrebbe a ritenere l’omino di sesso maschile, cosa che alimenterebbe un altro filone di discussione.

Ma il fatto che una massa non sia la massa, la totalità delle persone, dovrebbe indurre soprattutto molti uomini a risentirsi quando quel cartello si trovi apposto sulla porta del bagno delle donne.

E non in una stanza accessibile a tutti, uomini e donne. Almeno nella maggioranza dei casi.

Questo piccolo esempio è rivelatore di come la società che coinvolge le donne e le loro professioni sia doppiamente implicata nelle vicende degli uomini che, se escono “vittoriosi” quando si parla del tetto di cristallo che ostacola l’accesso ai livelli più alti di certe professioni, un tetto per molti di loro agilmente superabile, risultano invece di frequente discriminati quando i tratta di riconoscere il giusto peso alla loro paternità, in special modo nei casi di separazione o divorzio.

Con un atteggiamento simile a quello con cui si usa in carriera, ma trincerandosi dietro una ironia bonaria e compiaciuta, si chiamano allora mammi quegli uomini che decidono, proprio come fanno tutte le donne che lavorano, di confrontarsi con questioni di lavoro e al contempo di figli.

Il mammo, il casalingo, la donna in carriera: quando si smetterà di usarli – l’italiano dispone di papà, non si farà certo una carriera*.

* fare una carriera è una modo di dire attestato nella nostra lingua anche se poco noto per significare ‘il fare un errore’

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