“Il riposo del Guerriero” del 30 settembre 2012

Le esternazioni del premier Monti, che giovedì scorso per la prima volta ha esplicitamente ammesso una propria disponibilità ad una eventuale continuazione dell’impegno politico anche dopo lo scadere di questa legislatura, e la perfetta coerenza con quanto la sua comunicazione delle settimane scorse lasciava trasparire, mi ha indotto, ad inizio settimana, alla lettura in senso comunicativo di Renata Polverini, presidente dimissionario della regione Lazio.

Il fatto di andare in onda di domenica mi ha però privato del gusto dell’anticipazione di alcune mosse che il noto discorso successivo all’affaire Fiorito o Fioritogate (la stampa non ha deluso le aspettative di chi avrebbe scommesso sulla immediata coniazione neologica di queste forme sul cui sfondo si stagliano i modelli di affaire Dreyfus e di Watergate) consentiva facilmente di formulare.

Il file rouge della resa dei conti di sapore spaghetti-western caratterizzante tutte le esternazioni successive all’esplosione, motivo conduttore che ha trovato nella metafora del cancro la sua più alta espressione, si è infatti pienamente concretizzato in castighi e zuccherini: nel taglio dei quattro assessori tacitamente bollati di scarsa fedeltà e nel rimpasto che ha portato alla distribuzione di premi tra i cosiddetti fedelissimi (cosiddetti perché così li ha epitetati la stampa).

Tre sono i discorsi che prenderò in considerazione: quello dell’insediamento alla guida della Regione Lazio (16.04.2010); quello, già richiamato, al culmine dello scandalo Fiorito (17.09.2012); e quello, di pochissimi giorni fa, dell’annuncio delle dismissioni (24.09.2012), cui ha fatto prontamente seguito una discreta sequela di partecipazioni televisive perfettamente in linea con la politica degli ultimi anni.

 

Il discorso dell’insediamento.

Ne riporto in trascrizione l’incipit.

Direi che oggi è una giornata || straordinaria, | sono naturalmente emozionata, molto emozionata e il vero momento di emozione l’ho provato prima in corte d’appello quando mi hanno consegnato la proclamaZzione, pensavo fosse una procedura molto più complessa |

Il discorso si apre con una parola-chiave, emozione, termine che compare ben 4 volte a breve giro di enunciato. L’emozione è declinata nelle forme: emozionata, molto emozionata, vero momento di emozione, mi hanno fatto emozionare;

4 volte compare anche il tema del bello, per lo più per la campagna elettorale;

tre mesi di intensa… e bellissima campagna elettorale; una delle più belle campagne elettorali che il nostro paese ricordi, cui fa pendant non concordo… con tutti coloro… che hanno detto che era brutta; una campagna | che ci tengo a dirlo… veramente bellissima; una regione che è ancora più bella di quanto la immaginavo;

3 volte è invece richiamata la straordinarietà della giornata dell’insediamento, della regione, del regalo (degli elettori che con il loro voto hanno consentito l’elezione);

2 “soli” sono, infine, i casi in cui allude all’intensità, riferita ai minuti della proclamazione, “pochissimi minuti ma pochissimi minuti intensi”, e, ancora una volta, alla campagna elettorale.

Spicca inoltre, con una certa prepotenza, la semantica della persona, che nel contesto della comunicazione politica si potrebbe leggere in funzione di un avvicinamento e di una umanizzazione della neo-eletta, ma che, visti i toni (della voce, dei gesti, dell’espressioni del viso) si può spiegare come conseguenza di una “espressione in libertà” del proprio ego, ipotesi di fatto supportata dai continui riferimenti alla propria persona e al proprio vissuto che costellano i discorsi non ufficiali o ufficiali quando non pedissequamente letti.

La semantica della persona si manifesta in espressioni quali: tornare tra le persone, ho sentito tante persone…che avevano perso la voglia di andare a votare, sono tutte persone alle quali mi lega… un rapporto personale.

Di persone, ma stavolta di persone vicine (le stesse che saranno oggetto dell’ira della governatrice regionale nel terzo discorso, quello delle dimissioni), si parla anche in coda di discorso, quando il riferimento va al rapporto personale di amicizia e fratellanza direi in molti casi di amore, di affetto di sentimenti comunque, che lega Polverini a chi l’ha sostenuta nel cammino elettorale.

Volendolo chiosare, questo potrebbe essere epitetato come il discorso della “politica dei buoni sentimenti” – e dei luoghi comuni.

Dal punto di vista più strettamente linguistico, l’impianto discorsivo lascia trasparire una scarsa pianificazione del discorso e una scarsa attenzione per la/le varietà e il lessico impiegato, da interpretarsi come diretta conseguente della prima (della scarsa pianificazione del discorso) se si presuppone la poca dimestichezza del parlante con le varietà più alte del repertorio.

Dovendo ricorrere ad una etichetta, si potrebbe parlare di un eloquio spontaneo dal punto di vista linguistico vicino alle varietà dell’italiano popolare (ricordo che in ambito sociolinguistico per rappresentare tutte le varietà disponibili per il parlante e per comunità linguistica immaginiamo che si possa disegnare un segmento, ai cui vertici poniamo da una parte il dialetto e dall’altra lo standard e nel cui spazio intermedio collochiamo gli usi tipici del cosiddetto italiano popolare, più verso il dialetto, e di quello cosiddetto regionale, più verso lo standard. Il tutto senza soluzione di continuità).

Il dopo Fiorito.

[…] io non mi voglio vergognare di uscire di casa VOGLIO GUARDARE LA GENTE IN FACCIA |  VOGLIO DIRE COME HO FATTO perché ho sempre messo la faccia anche sulle situazioni scomode PERCHE’ lo faccio | ma in questo meccanismo da tritarifiuti nel quale qualcuno mi vuole portare non ci va-do (pausa) NON CI STO

(il maiuscolo vuole segnalare i punti in cui toni e intonazioni tendono ad innalzarsi)

Il discorso è nettamente diviso in due parti: a far da ponte il crescente ruolo della funzione emotiva (il parlante attira, concentra su di sé lo spazio della conversazione) culminante nella metafora del cancro, a cui arriverò tra poco.

Due parti, dicevo, la prima, attentamente pianificata attraverso le riprese anaforiche, volte a creare un tono patetico forte che esplode nella metafora del tumore (accompagnata da evidente gestualità), che dal punto di vista dell’abito comunicativo, potrebbe essere etichettata come il discorso di “Polverini Presidente (della Repubblica)”: l’uso dei verbi volitivi, alla prima persona dell’indicativo, ad esempio, ricorda la personalizzazione dei messaggi di fine anno dei Presidenti della Repubblica (ai quali mi auguro di poter presto dedicare spazio in una apposita rubrica su Tuttopoli, dando in tal modo continuità ad un lavoro su questo argomento intrapreso con Simona di Crescenzo).

Alla costruzione del tono serio/istituzionale contribuiscono inoltre responsabilità, l’augurio alle forze dell’ordine (auguro buon lavoro alla magistratura, alla guardia di finanza, alla corte dei conti), l’uso del desueto danaro invece del più comune denaro.

Questa prima parte del discorso culmina ed esplode nella metafora del tumore, accompagnata da un brusco cambio di espressione facciale e da un inasprimento della voce che suona come una caduta di stile a causa del rimescolamento dei piani pubblico-istituzionale e privato all’interno di un discorso che, nelle intenzioni, si presentava però come estremamente formale e autorevole (e chissà che alla base non ci possa essere stata l’inquadratura, nel campo visivo, di qualcuno tra gli astanti colto in atteggiamento poco rispettoso).

Incarna, è il caso di dire, questa commistione, la parola corpo, attribuibile sia al pubblico (l’istituzione, ad esempio in inglese, si definisce proprio public body) sia al privato, che trova in cancro il proprio contraltare: un cancro da debellare lì, nel pubblico, come qui, nel privato.

La metafora nosologica è, del resto, piuttosto radicata nell’inventario tropico polveriniano, come segnala il riferimento alla persona che mi è stata a fianco fino all’ultimo contenuto nel discorso delle dimissioni, che sarà considerato tra poco. Nel primo discorso, per una immagine analoga, la politica era invece ricorsa a le persone che mi hanno accompagnato.

Stridono con l’istituzionalità della prima parte del discorso anche slogan altamente mediatici quali Roma non era ladrona, la regione ostriche e champagne e l’ormai “parola di plastica” di matrice scalfariana, e dunque presidenziale, non ci sto (fortemente caratterizzata dal punto di vista politico e stilistico).

Una nota, infine, su stress di comunicazione, riprova di come le politiche della comunicazione della politica contemporanea siano fatte coincidere, quando non addirittura prevalere, su quelle politiche.

L’annuncio delle dimissioni.

Alcune parti, trascritte, del testo, per cominciare.

… Le notizie uscite oggi sulle agenzie assolutamente, in alcuni casi, false in altre confuse e in altre ancora nemmeno vicine alla realtà.

[…] vi chiedo scusa se da ieri ho tardato soltanto fino a quest’ora per comunicarlo a voi ma capirete che essendo stata eletta a guida di una regione importante, la seconda regione del nostro Paese e con la mia decisione irrevocabile di dimettermi e quindi con il blocco dell’azione riformatrice che avevamo messo in campo subirà chiaramente dal punto di vista economico gravi ripercussioni che naturalmente si ripercuoteranno sul Paese […].

[…] Certo mai potevo immaginare che con le ingenti risorse per le quali avevo scritto purtroppo non essendo stata ascoltata in due anni al presidente del consiglio Mario Abruzzese, non potevo mai immaginare che con quelle ingenti risorse tutti, nessuno escluso, facesse un uso come dire a dir poco in alcuni casi sconsiderato, in altri esoso per quello che è l’attività istituzionale dei gruppi parlamentari stessi. Voglio dire che noi arriviamo qui puliti, una Giunta che ha operato bene e che ha portato risultati importanti a questa regione (n.d.r. inizia in questo punto un cambio di intonazione, sempre più in crescendo; i toni si fanno alti, in certi passaggi striduli) e che purtroppo interrompe il suo cammino a causa di un Consiglio Regionale che non considero più degno di rappresentare una regione importante come il Lazio, quindi questi signori li mando a casa io (applausi).

Non voglio sceneggiate, NON CONSENTO A NESSUNO TANTO MENO A COLORO CHE SIEDONO DA VENTISEI ANNI IN QUELL’AULA, di fare ulteriori sceneggiate. Ho aspettato oggi e ho detto al presidente Monti ieri anche per vedere le falsità che l’opposizione ha detto in questi giorni  […] hanno tentato  di scaricare  le loro responsabilità su una Giunta che ha soltanto lavorato bene nell’interesse delle persone e allora li mando a casa io, stessero sereni perché da domani in poi avranno tanto tempo per fare politica se si ricordano ancora come si fa.

Io l’ho imparato, l’ho imparato bene e ho intenzione di continuare ma ho intenzione di continuare a testa alta (applausi) guardando le persone negli occhi perché io con questi malfattori non ho nulla a che fare, lo devo al rispetto delle persone che hanno lavorato con me prima nel sindacato e poi nella politica, lo devo alle persone leali come il vicepresidente Ciocchetti e L’UDC che mi è stata a fianco fino all’ultimo e alla quale come ho detto soltanto oggi ho comunicato la mia decisione irrevocabile dopo averlo fatto ripeto per senso istituzionale al Presidente della Repubblica e al Capo del Governo.

Scarsamente pianificato, questo discorso manca di lucidità: il rapporto preciso e completo sul timing delle dimissioni (comunico soltanto stasera ciò che avevo già comunicato ieri alle ore 18:00 presso l’Auditorium Parco della Musica al Presidente Napolitano, alle 19:30 a Palazzo Chigi al Presidente del Consiglio Mario Monti) suona come un ipercorrettismo stilistico, spia, probabilmente, di una esigenza di autorevolezza segnalata anche dalla citazione, per esteso (nome, cognome, qualifica), di numerose figure istituzionali.

A questo passaggio fa invece seguito un flusso di informazioni continuo, privo di pause espressive.

Nel complesso potrebbe essere chiosato come “la disperata alzata di testa della Polverini”.

L’akmè del discorso è raggiunta nei due momenti segnati dall’applauso, momenti che rappresentano il culmine del qualunquismo linguistico anche per il ricorso sistematico ad espressioni di plastica quali quindi questi signori li mando a casa io e ho intenzione di continuare ma ho intenzione di continuare a testa alta guardando le persone negli occhi perché io con questi malfattori non ho nulla a che fare, non voglio sceneggiate, messo in campo.

Da segnalare anche la presenza di allusioni, ad esempio nei riferimenti alla Regione a due teste, alla faida interna al Partito, a questi signori.

Dai registri più informali della lingua dell’uso sono invece attinti cliché e metafore quali

Io non ci sto, Vadano a casa sereni, tranquilli e si regolino pure tutti i conti che vogliono

Perché le ostriche non le ha inventate il PDL del gruppo regionale.

sono queste geniali idee che a questi presidenti gli sono venute in mente

quindi questi signori li mando a casa io

noi arriviamo qui puliti

continuare a testa alta, guardando le persone negli occhi

non voglio sceneggiate

messo in campo

metafora di chiara forza immaginifica, quella delle ostriche, rafforzata da

Le ostriche viaggiavano comodamente nella giunta prima di me.

Da segnalare, inoltre, il riferimento al disonore procurato alla famiglia, già presente nel precedente discorso,

La mia famiglia è stata infangata

e il focus via via sempre più esclusivo sulla propria persona che segnerà la parte finale dell’intervento culminando in

Da pochi minuti sono tornata una persona libera e mi sento veramente bene.

Mi sono sentita in una gabbia.

Ho mangiato poco in questi giorni però sono una donna e questa cosa mi ha fatto recuperare una linea straordinaria: questa cosa la mettiamo tra le cose positive perché mi dicono tutti come stai bene

Per quanto concerne il lessico spiccano i tecnicismi di alta disponibilità spending review, rating e autoriforma (non ancora attestato nella lessicografia ufficiale, a dispetto del massiccio impiego nel linguaggio giornalistico), il ricorso di irrevocabile (3 volte) e, su tutto, la frequenza d’uso delle forme di comunic– (in comunicare, comunicato, comunicazione), a conferma della piena adesione ad una ideologia della comunicazione che ritiene quanto si dice sui fatti più importante dei fatti stessi.

Questa necessità di esposizione mediatica unitamente all’impiego di varietà linguistiche e di moduli espressivi attinti ai registri colloquiali convergono, a mo’ di paradosso, in una assenza di mediazione nei giudizi espressi sulla comunicazione di Renata Polverini. Chi la apprezza perché schietta e “dal basso” lo fa infatti per le medesime ragioni addotte da chi la stigmatizza ironizzando.

Certo è perciò che non potrà in alcun modo risultare indifferente.

Il sette volte presidente del consiglio Giulio Andreotti in questo ha fatto scuola.

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