“Il riposo del guerriero” del 14 ottobre 2012

E’ tra i più imitati, tanto da essere impiegato dagli attori per lunghe sessioni di esercizio in questa attività.

‪Bersaglio di molti imitatori, che nel far ciò imitano una imitazione, è soprattutto il Celentano di Er più, Serafino e Rugantino, la “trilogia” in cui il poliedrico artista esibisce una romanità icasticamente e simpaticamente chiosata da Max Tortora ospite di piroso a La7.
 

Ed in effetti basta ascoltare un passaggio quand’anche rapido di Er più per rendersi conto della fondatezza delle affermazioni di Tortora, che è solito – passatemi il gioco – imitare il molleggiato risciacquato (malamente) in Tevere per ore e ore.

Il dato interessante è però legato al fatto che questa scarsa credibilità, questa romanità che suona palesemente falsa e artefatta (un po’ “tarocca”), è conseguenza di un habitus linguistico e comunicativo così fortemente definito da essere divenuto una sua impronta digitale difficilmente oscurabile. Ne è riprova il dialogo muto di Mani di fata, in cui Celentano, nei panni di Guido Quiller, anche in assenza di parola non perde nulla della carica comunicativa e dei tratti che la contraddistinguono: tratti che hanno a che fare con le espressioni del volto, la postura e i movimenti del corpo e delle braccia almeno quanto, se non di più, con il linguaggio verbale.

Intorno a questa forza espressiva si costruiscono i ruoli degli anni ’80 che vedono Celentano sex-symbol adorato, desiderato e adescato dalle donne.

E’ il caso, tra tanti, della competizione nella seduzione di Ornella Muti in Innamorato pazzo.

Film del 1981, Innamorato pazzo potrebbe essere sostituito da qualsiasi altro film: ciò non intaccherebbe in alcun modo quel Celentano TM (marchio registrato) che ha accompagnato e ancora accompagna qualsiasi suo genere di performance.

Come ultimo elemento di questa riflessione prenderemo invece in esame due casi per certi versi opposti.

Il primo è strettamente legato anche a questa rubrica, alla sigla di Senti chi parla.

‪Sto parlando del Celentano inventa parole o, più correttamente, inventa lingua, di Prisencolinensinainciusol: sto parlando del gramelot, una lingua che suona lingua senza esserlo a causa della mancanza di significato delle parole che nell’espressione riecheggiano però da vicino quelle della lingua oggetto di imitazione.

Insieme a Disc Jockey, Prisencolinensinainciusol era contenuto nel quarantottesimo (!!!) 45 giri di Adriano Celentano, pubblicato nel 1972.

‪Il titolo è anche lemmatizzato, registrato come voce autonoma in Wikipedia, che riporta anche il giudizio dell’artista sul testo del brano, che rappresenterebbe “la ribellione alle convenzioni. Anche musicali”.

Intervistato da un giornalista russo, Celentano riporta però una diversa interpretazione del suo gramelot, poiché vi intravede l’incomunicabilità di cui soffre il mondo moderno: una direzione opposta rispetto a quella convenzionale, consistente nella capacità dei parlanti della lingua “bersaglio” di riconoscere parole e frasi nella successione invece priva di significato del gramlot stesso.

Nelle intenzioni il gramelot realizza infatti una lingua in grado di unire chi la parla, non necessitando della conoscenza di una vera grammatica.

Il ricorso al gramelot e alle sue forme espressive non può non richiamare alla mente altri esempi celebri dello spettacolo italiano.

Tra tutti citerò

il gramelot del Mistero buffo di Dario Fo (1977)

il gramelot di Gigi Proietti

il Gramelot di Verdone, quello dello sfogo di Pasquale Ametrano improntato sulle varietà di italiano popolare o direttamente di dialetto del sud.

E per finire, l’attualità, con il Celentano di Rockeconomy, di questi giorni, che dimentica le parole.

Seguitissimo dal pubblico e passato al setaccio dai parolai della critica, in questo spettacolo la musica ha avuto la meglio sulle parole, poche.

E per di più a volte scordate. Amnesie di cui, chi lo ama e lo segue… francamente se ne infischia.

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