“Il riposo del guerriero” del 28 ottobre 2012

Per “Senti chi parla” di oggi, il settimo, parleremo di fornai e di impasti. Linguistici e comunicativi.

Analizzeremo infatti i prodotti di un fornaio, – questo è l’etimo del cognome del protagonista di questa puntata, la cui forma, nello specifico una variante dialettale di fornaio, lascia trapelare una origine settentrionale: mi riferisco alla Ministra Fornero, accademica prestata alla politica le cui scelte linguistiche e comunicative finiscono spesso per animare accesi dibattiti in grado di coinvolgere un numero incredibilmente elevato di italiani.

Per dare forma a questi impasti prenderò in esame alcuni passaggi di interviste o conferenze stampa divenuti dei veri e propri tormentoni.

Primo tra tutti

Il pianto di Elsa Fornero (da min. 1:12 a 1:30)

Volto segnato, fraseggio controllato e costantemente accompagnato dai linguaggi del corpo – in particolare dal movimento delle mani, per mezzo delle quali non si limita a scandire porzioni di testo ma che usa come rinforzo di punti salienti del discorso (penso all’indice alzato a mo’ di uno in corrispondenza della parola una quando dice: c’è un’ultima cosa che forse per molti è la più dolorosa) la comunicazione della ministra si caratterizza per una ridondanza (stessi contenuti affidati a linguaggi diversi) però efficace nella costruzione dell’effetto comunicativo.

L’apice del discorso si realizza, superfluo dirlo, quando la lingua si spezza, non consentendo alla Ministra di pronunciare la parola sacrificio, complemento e contraltare di quella riforma, topic (concetto più rilevante) del discorso, che dalla commozione e dalle tanto commentate lacrime della Ministra (più commenti che lacrime) finisce per essere momentaneamente oscurato.

La lingua che si spezza e che interrompe il discorso, con le mani che si avvicinano al viso come si è soliti fare quando si vuole tamponare delle lacrime o del sudore, fa da ancora alla ripresa del Presidente del consiglio, che “traduce” il silenzio con credo che stesse dicendo sacrificio, come avrete capito, … e, subito dopo, alla stregua di una glossa esplicativa, possointerpretare il sacrificio così efficacemente trasmesso dal ministro Fornero.

Il silenzio forneriano, perfetto cavallo di Troia che consente di penetrare il muro-battesimo di folla, anzi di massa, della Ministra, funge perciò da ponte perfetto tra il riferimento alla condizione psicologica che ha condotto alla riforma e la compartecipazione al sacrificio patita anche personalmente dal suo principale estensore.

La lingua che si spezza riesce assai più di quanto avrebbe potuto un intero discorso.

Il secondo passaggio che considereremo, non meno noto, è quello della famigerata paccata di miliardi.

La paccata forneriana (da min. 7:10 a 7:20)

Il contesto è quello del negoziato sulla riforma del lavoro, giunto ad un punto cruciale.

Prevedibili sono le reazioni politiche e dell’opinione pubblica ai contenuti della dichiarazione della Ministra. Meno prevedibili le considerazioni, su larga scala, di stampo linguistico e ideologico, dove con ideologico mi riferisco non già a questioni di politica bensì a questioni di stereotipi di genere.

Quantificatore indefinito formato sul modello di manciata, vagonata, cucchiaiatapaccata, che in alcune varietà della nostra lingua (tra cui quella piemontese) è usato per intendere ‘un sacco di’, riprende pacco (e non pacca, ‘il colpo dato con la mano’) trasformandolo in qualcosa di più immaginifico; in qualcosa che si arricchisce, nel caso di coloro che ne condividano la conoscenza, delle suggestioni evocate ora dall’idea della sòla/fregatura (in bocca romana); ora dal pomicio spinto anch’esso patinato di romanità.

Come ho anticipato, però, nel caso della paccata forneriana l’elemento più interessante è costituito da quell’insieme di considerazioni sugli stereotipi femminili da molti richiamati per giustificare – quasi ce ne fosse necessità – quello che per la maggior parte degli italiani suonava come neologismo.

Ecco perciò chi in questo uso intravede la continuazione del cammino iniziato con la richiesta di uso di ministra in luogo di ministro, una spia di un nuovo linguaggio che ha suscitato così tante polemiche solo perché impiegato da una donna. “Non sta bene, non riporta l’immagine femminile negli schemi consentiti, nel garbato parlare che i teo-con di tutti i partiti amano. Fornero ha rotto lo schema linguistico del perbenismo misogino atavico. Ha parlato la lingua che le donne parlano nel quotidiano, con franchezza”. Grazie a paccata la ministra avrebbe “rivoluzionato lo schema anni Cinquanta alla quale molti volevano far ritorno” o, più esattamente, che le donne facessero ritorno. (http://www.larivistaintelligente.it/polis/societa/elsa-fornero-e-il-linguaggio).

Altri, non invocando stereotipi femministi, cavalcano a sostegno di questa disinvoltura linguistica proprio la necessità di rompere con l’apparente freddezza imputata ai componenti del Governo nella prima fase del loro operato (http://www.formiche.net/dettaglio.asp?id=28229&id_sezione=).

Altri ancora evidenziano un eccesso di giovanilismo nell’uso di paccata, “termine poco tecnico e molto prêt à porter, più frequente fuori dai licei che tra i banchi di Montecitorio” (http://www.ilgiornale.it/news/interni/fornero-non-vuole-lama-sdogana-paccatail-tormentone-sul-web.html).

Insomma, anche in questo caso, la lingua di Fornero tiene banco al punto di riuscire a stornare, anche se solo parzialmente, l’attenzione dai contenuti più profondi del discorso.

Personalmente, oltre a essere affascinata da come singole parole riescano a rubare la scena a ben più importanti protagonisti, ritengo che si tratti di un eccesso di acribia metalinguistica, di un eccesso interpretativo, dovuto anche alla pratica del setaccio cui vengono sottoposti i discorsi dei politici, in special modo di quelli estranei (per così dire) alla politica.

In paccata vedo pertanto solo una interferenza del registro più informale/popolare della varietà torinese di italiano probabilmente “uscita” dalla bocca della Ministra perché sentita come forma più naturale e immediata per la trasmissione di un contenuto del tutto chiaro: no accordo no party, anzi no paccata di miliardi.

Fornero e la choosy-generation

Aggettivo usato per significare chi è ‘difficile da accontentare, esigente (about riguardo a qualcosa)’, choosy potrebbe essere reso in italiano con ‘incontentabile, esigente, difficile, pignolo’ e, nel linguaggio colloquiale, ‘schizzinoso’.

Emerge, dalle diverse possibilità di resa del termine, l’ambiguità cui può andar soggetto il pensiero forneriano, che nelle intenzioni, stando alla lingua, non necessariamente avrebbe dovuto essere interpretato in senso peggiorativo.

Non accontentarsi delle cose, essere esigenti e cercare di migliorare la propria posizione non contiene infatti alcuna valenza peggiorativa. La valenza peggiorativa, semmai, è attivata dal linguaggio del corpo (espressione del viso, in particolare della bocca, e delle mani) e dal cotesto, da una parte successiva del testo stesso, quando la ministra dopo aver dato una definizione di choosy riferita alla sua esperienza di formatrice di giovani, inserisce una postilla relativa alla difficile situazione sociale che, di fatto, riduce di molto le possibilità per i giovani formati di trovare degli sbocchi lavorativi soddisfacenti.

Volendo giocare con le parole potremmo tradurre le intenzioni della ministra con una battuta: cari giovani, accettate il primo lavoro “ad occhi choosy”, battuta che circola, tra tante, in rete e che, insieme al neologismo collaterale choosy-generation, rende bene quanto forte possa essere stato l’impatto di choosy – e della sua esemplificazione definitoria – sul grande pubblico.

Come nei precedenti casi: comunicazione intenzionale o ingenua?

Ricerca di eufemismo, di ricercatezza lessicale, o snobismo involontario?

Di sicuro le uscite della ministra non lasciano dietro di sé il silenzio.

E dunque, per finire riecheggiando un ancor più noto tormentone: Fornero, What Elsa?

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