“Cose dell’altro geo” dell’11 dicembre 2012

D: Ci sono tanti modi di dire, tante espressioni idiomatiche contenenti dei numeri. Dare i numeri, Chi fa da sé fa per tre, ad esempio. Come si spiegano?
Quando pensiamo ai numeri però la prima cosa che ci viene in mente sono quei numeri che … portano sfortuna. Perché accade questa cosa, ad esempio con
il 13? E in altre culture? C’è sempre il 13?

R: Le ragioni per cui alcuni numeri appaiono nell’ambito di certe culture dotati  di una forma di sacralità affondano in epoche remote, epoche in cui non si era
ancora giunti a sviluppare i sistemi di numerazione e per contare ci si serviva di quello che si aveva a disposizione. Dei sassi, delle tacche su ossa, oppure
le mani.
Le mani sono state usate in modo diverso e a quelle quantità che si  collocavano oltre il limite di computo basato sul corpo si assegnava un valore speciale.

Se conto servendomi delle falangi delle dita per tenere traccia della quantità che sto considerando, conterò comodamente fino a 12. Il primo numero escluso
dalla mano e quindi diverso sarà il 13. In sé ciò non significa nulla se non che è il primo dopo una serie che si è chiusa. Ma se immagino che su questo
dato di fatto si innesti una interpretazione che individua nel diverso un elemento da temere, allora ecco che il 13 porta sfortuna.

(su questo stesso argomento ho pubblicato già da tempo una nota in questo blog)

D: E nelle culture orientali accade lo stesso?
R: Si verifica la stessa situazione, ma con numeri diversi. La ragione è psicologica, ed è legata alla spinta a evitare forme omofone o parafoniche di parole tabù.
E’ il caso, ad esempio, del numerale per 4, associato alla morte. I coreani, se non erro, sono giunti a cambiare il nome di una macchina che avrebbe dovuto essere identificata da un numero per evitare l’associazione tra la cifra incriminata e l’autovettura e i giapponesi, è cosa nota, sono soliti eliminare, ad esempio dai parcheggi, i posti che dovrebbero essere identificati dai numeri 4 e 9, omofoni, in quella lingua, delle parole per ‘morte’ e per ‘disgrazia’.

D: 44 è un numero cardinale, non ordinale: quali sono i numeri cardinali e quali sono i numeri ordinali? E perché si chiamano in questo modo?
R: Troviamo questi termini impiegati già nella grammatica del V sec. d.C. per indicare ciò che indicano ancora oggi.
In particolare di ordinalis, la forma da cui deriva ordinale, il grammatico che ne parla dice che si chiamano così i numerali che indicano l’ordine, la
posizione all’interno di una serie (es. primo, secondo, terzo…). Quanto a cardinale, la parola risultava poco trasparente già al grammatico antico (Prisciano) che la citava.

D: Ci sono altri tipi di parole che indicano numeri oltre a cardinali e ordinali?
R: Si. Ad esempio abbiamo i distributivi (es. singolo, oppure quando diciamo a due a due; in alcune lingue esistono forme di numerali apposite per i
distributivi e non si “riciclano” i cardinali inserendoli in locuzioni come fa l’italiano), i frazionari (es. un terzo, due quarti, metà), i moltiplicativi
(es. duplice, triplice, etc.; ma pensa anche ai prefissi moltiplicativi come multi- in multipiano), gli avverbiali (es. bis, ter, quater, molto usati anche
perché legati a pratiche di diverso genere: es. chiedere un bis; avere un tris, etc).

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