“Cose dell’altro geo” del 23 aprile 2013

L’incursione odierna nella lingua nasce come un omaggio all’autore del testo di Dove sta Zazà?, canzone napoletana scritta nel 1944 da Raffaele Cutolo, padre di uno degli autori del programma.

Almeno due le pillole di natura linguistica che si possono confezionare partendo dal titolo del brano: una più generale, sul rapporto tra italiano e dialetti, e una più puntuale, sulla tradizione onomastica di Zazà, protagonista di pièces teatrali, di film e persino di un’opera di Leoncavallo.
Triste e di solitudine sembra essere il destino di Zazà, anzi di molte se non di tutte le Zazà letterarie: le trame di cui sono protagoniste narrano infatti frequentemente di relazioni focose, culminanti nella scoperta tragica dell’uomo di turno già impegnato.

Per sfuggire al destino di “guastafamiglie” o evitare, come nel caso dell’opera di Leoncavallo, che la figlia dell’amante dovesse soffrire quanto ella stessa aveva sofferto da bambina per l’abbandono del padre, Zazà opta per un destino di sofferenza e solitudine, riscattandosi.
Il ruolo di amante a chi ha dimestichezza con l’onomastica fa però subito venire in mente che si tratti di nomen omen: un nome un presagio (e un
destino). Sembra infatti che il nome – in origine un soprannome di Susanna, dal quale Zazà si sarebbe originato secondo quegli stessi procedimenti che nel Medioevo hanno condotto alla forma poi attestata dei cognomi (accorciamenti, assimilazioni della prima consonante all’ultima, etc.) – caratterizzasse la figura dell’accompagnatrice (nel senso di escort) di soldati, proprio come nel caso di Lili Marleene.

Quanto alla questione del rapporto tra lingua e dialetto, dal punto di vista strutturale e funzionale, ovvero dal punto di vista di come sono fatti e come funzionano, lingua e dialetto pari sono. Entrambi sono costituiti e analizzabili in suoni (fonemi) che si combinano in unità complesse che a loro volta si combinano in parole che si combinano in gruppi di parole che si combinano in frasi.
Ciò che distingue lingua e dialetto è perciò il prestigio, un fattore di natura politico-economica-sociale che nulla ha a che vedere con la lingua.
Certo, si potrà dire che il numero dei parlanti dialetto è infinitamente più ridotto rispetto a quello dei parlanti di una lingua, o che c’è una differenza quantitativa cospicua di vocabolario, ma entrambe queste cose si spiegano con le dinamiche che portano una lingua da avere un vocabolario più ricco qualora ci sia necessità di parlare di qualcosa di diverso rispetto a quello che era indicato con il lessico già esistente.

Nel caso del rapporto tra lingua italiana e dialetti italiani la situazione è poi resa ancora più interessante dal fatto che si tratta nell’uno e nell’altro caso di dialetti romanzi, ovvero di evoluzioni della stessa matrice, il latino.
La necessità di dotare lo stato di una lingua unitaria che lo rappresentasse, in modo simile a una bandiera o a una moneta, ha indotto a selezionare come varietà di riferimento per l’intero paese quella toscana (fiorentina colta) ripulita dei tratti meno eleganti.

Fine della pillola.

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