“Il riposo del guerriero” del 2 giugno 2013

So che può sembrare una provocazione, ma in linea di principio ogni parola è a ben vedere parola di autore.

Se per autore intendiamo infatti chi procede alla coniazione di un termine assente fino a quel momento in una certa lingua, allora è difficile pensare che ci siano parole che si creano dal nulla, prive di autore, parole non d’autore. La locuzione ha però assunto il significato specializzato di parole riconducibili all’invenzione da parte di un personaggio di fama (sul modello di mot d’auteur del francese). Questo per effetto del significato assunto dalla stessa parola autore, che, in senso etimologico, significava letteralmente ‘chi fa crescere qualcosa, chi coltiva qualcosa’.

Il sostantivo ha assunto il significato di ‘fondatore’, e quindi ‘coniatore (nel caso di parole)’, a partire dal suo impiego in alcune locuzioni latine. Conseguenza della condizione di essere autore è, inoltre, quella di possedere l’autorità.

Tutti possono potenzialmente accrescere la lingua, avere l’autorità per farlo, ma non tutti hanno le medesime chance di riuscire in questo intento. Ciò che sancisce l’introduzione stabile nella lingua di un nuovo termine è il suo impiego da parte della massa, condizione oggi più facilmente raggiungibile da chi ha modo di giovarsi dell’accesso alle potenzialità di risonanza propria dei mezzi di comunicazione di massa.

Per la maggior parte delle parole dovremmo però parlare di creazioni e ricreazioni linguistiche, sia perché più persone possono giungere allo stesso risultato senza sapere dell’altro, sia perché certe forme sono potenzialmente già create ad esempio all’interno del paradigma di un verbo (una forma in –tore sta lì, in attesa di essere vitalizzata, anche quando per mancanza di necessità non è stata ancora impiegata).

A chiusura di queste riflessioni riferirò di alcuni neologismi d’autore.

I primi, danteschi, tesi a dimostrare come non sempre è moderno ciò che ha parvenza di esserlo, come nel caso di inurbarsi e imborgarsi, il primo continuato e tuttora impiegato, il secondo invece confinato per lo più alla critica dantesca (Par. VIII, 61: quel corno d’Ausonia che s’imborga Di Bari e di Gaeta e di Catona). Danteschi sono anche indracarsi per ‘accanirsi’, infuturarsi nel senso di ‘prolungarsi nel futuro’, inzaffirarsi per ‘ingemmarsi, adornarsi come di zaffiri’, dismalare per ‘liberare dal male, purificare’, disunarsi per ‘cessare di essere un’unità’.

Cambiando decisamente epoca, sono invece da ascrivere a Gabiele D’Annunzio le innovazioni Rinascente, nome della catena di grandi magazzini più elegante d’Italia la cui pubblicità fu affidata a Marcello Dudovich, velivolo (riferito alla velocità delle vele ma da D’annunzio impiegato per la prima volta come sostantivo, indicante l’aeroplano) e tramezzino, coniato per rendere in italiano l‘inglese sandwich, nome a sua volta di un ammiraglio e diplomatico britannico noto per essere un giocatore così accanito da non voler lasciare il tavolo di gioco neppure per mangiare.

Non solo a poeti e prosatori si deve il rinnovamento della lingua. Può infatti capitare che sia un film a fare da modello e a mettere in circolo una innovazione. Così fu per lo scollo e il maglione a dolce vita, dalla fattura dei maglioni indossati da uno dei protagonisti dell’omonimo film.

In linea di principio non c’è perciò limite alla creazione neologica né a ciò che può ispirarla. Salvo il fatto di dover fare i conti con il repertorio esistente e con l’eterna lotta tra vecchio e nuovo. Ma questo costituirà l’argomento di un altro post…

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