“Radio Monte Carlo” del 7 giugno 2015

Vecchia quanto il mondo, la parola scandalo è stata ricondotta dai linguisti a vari filoni etimologici, tutti molto antichi e tutti accomunati dall’idea della deviazione rispetto a un andamento atteso.

Che il termine, che tutte le lingue romanze hanno mantenuto, sia connesso con lo zoppicare, come vogliono alcuni, o con l’inciampo, come ipotizzano altro, è di importanza relativa al di fuori di un contesto strettamente linguistico. Ciò che è certo e che è interessante mettere in evidenza è che all’attuale significato si è giunti per una trafila che ha tratto spunto dal venir meno di una attesa di normalità, cui è stato successivamente conferito un valore di tipo morale.

Inciampo, caduta, caduta di tipo morale e conseguente sdegno da parte della collettività, sentitasi colpita nella propria moralità.

Questa potrebbe essere stata la trafila semantica che il confronto con altre famiglie linguistiche potrebbe un giorno rivelare essere connessa con la pietra o con un altro ostacolo responsabile di quell’inciampo presto liberatosi del riferimento alla materialità.

Fatto lo scandalo, verrebbe da dire, ecco subito data, in ogni epoca e in ogni luogo, la lingua dello scandalo, contenitore di forme e di moduli espressivi che in ogni cultura sembrano variare entro principi abbastanza ridotti, quasi che si trattasse di una sorta di universale in grado di scavalcare le specificità delle singole lingue. Un universale rivelato, nella pratica comunicativa, dalla prosodia, ossia da tutte quelle caratteristiche della voce che, travalicando la lingua, riescono nell’ardua [in altri contesti] impresa di far comprendere ciò che si dice anche allorquando non si abbia affatto contezza di ciò che “letteralmente” si dice.

Potenza dello scandalo…

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