“Cose dell’altro Geo” del 30 novembre 2011

Lo spunto per lo spazio panchina di questa settimana è stato quanto riportato dal Corriere della Sera nell’articolo

«Solo il 29 per cento degli italiani sa padroneggiare la nostra lingua»

di cui si riporta la prima parte

È quanto ha affermato il professor Tullio De Mauro nel corso dell’incontro «Leggere e sapere: la scuola degli italiani». La notizia da due studi internazionali

Appena il 29% degli italiani possiede ancora gli strumenti linguistici per padroneggiare l’uso della nostra lingua nazionale. È quanto ha affermato il professor Tullio De Mauro nel corso dell’incontro a Firenze, «Leggere e sapere: la scuola degli italiani». «Il 71% della popolazione – ha detto De Mauro – si trova al di sotto del livello minimo di lettura e comprensione di un testo scritto in italiano di media difficoltà: il 5% non è neppure in grado di decifrare lettere e cifre, un altro 33% sa leggere, ma riesce a decifrare solo testi di primo livello su una scala di cinque ed è a forte rischio di regressione nell’analfabetismo, un ulteriore 33% si ferma a testi di secondo livello. Non più del 20% possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana. Ce lo dicono due recenti studi internazionali, ma qui da noi nessuno sembra voler sentire».

Il rischio sembra quello di un analfabetismo di ritorno di proporzioni inimmaginabili, anche per via delle ripercussioni sulla capacità di comprensione di testi fondamentali per l’esercizio della cittadinanza.

Per contrapporre nuovo slancio al depauperamento lessicale, si è deciso di proporre uno spunto di riflessione mirato alla salvaguardia di queste tre parole

Fandonia: di etimo incerto, probabilmente correlato al lat. fandus da for faris, uno dei “verbi di dire” del latino. Si usa per indicare un racconto esagerato, una bugia, una menzogna, ma anche cose, ad esempio componimenti, di poco valore. È attestato almeno dal XVI secolo.

Fuggevolezza: caducità, l’essere di breve durata, l’essere fuggevole. Il sostantivo (coniato in epoca moderna), ottenuto da fuggevole, aggettivo letterario e antico (con cui si indica ‘chi fugge da un luogo all’altro, chi è pronto alla fuga e per estensione una cosa che ha breve durata, fugace, che giunge presto alla fine, che dura un istante’  è collegato al verbo fuggire (lat. fugere, III coniugazione)

Improntitudine: da impronto (sul modello beatitudine da beato o ingratitudine da ingrato), si usa per indicare la mancanza di discrezione, la sfacciataggine, l’essere inopportuni e petulanti, impertinenti. Indica anche una richiesta ripetuta. Il termine è attestato almeno dal 1300.  Per quanto riguarda impronto si tratta di un derivato senza desinenza da improntato.

 

La chiacchierata si è conclusa rispondendo, a distanza , alla domanda della signora Silvia da Firenze, interessata a capire se un verbo della sua giovinezza, spunzonare, sia da ritenersi definitivamente in disuso.

Si tratta di un regionalismo, da punzonare prefissato con s– da ex– che ha valore in questo caso di rafforzativo. Alla base del significato c’è il punzone, l’oggetto usato in ambito tipografico per incidere nella lastra metallica i caratteri necessari per stampare (stampa a caratteri mobili). Al di fuori di questo contesto specialistico il verbo può essere riferito alla perforazione con incisione di caratteri ad esempio su un biglietto oppure, metaforicamente, a elementi adatti a compiere azioni simili a quelle del punzone: è il caso dei gomiti, ad esempio, con i quali ci si può fare largo nella folla. Si spiega in questo modo il significato di ‘spingere’, risultato dell’uso dei gomiti o delle braccia in funzione di punzone.

Al di fuori dei dizionari il termine si trova attestato per indicare l’azione del tatuare (gli agli fungono da punzoni per la pelle) o per altre cose puntute (es. un riccio, definito spunzonato per i caratteristici aculei; un collare munito di punte che obbligano a tenere dritta la testa; ogni altro oggetto appuntito impiegabile per incidere, scrostare, marchiare. Alcuni utenti della rete lo impiegano come sinonimo di spuntare nel senso di ‘mettere la spunta ad un messaggio’.

Insomma, il termine non è caduto in disuso, si è solo adattato a descrivere realtà diverse da quella originaria.

Se poi ci fosse stato ancora tempo si sarebbe potuto parlare di una forma diversa di salvataggio, quella legata alla sollecitazione al non uso di significati di parole che stanno perdendo la propria significatività perché abusati. È il caso di eccellenza, in questi ultimi anni abusato per riferirsi a situazioni/cose che spesso dell’eccellenza non recano traccia.

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