“Il riposo del guerriero” del 29 aprile 2012

Può sembrare banale, forse populista, ma forse a mancare nei posti di potere, quelli in cui si decide, sono i bravi.

O, forse, i bravi ci sono, ma sono quelli con la B (maiuscola, probabilmente da pravus ‘malvagio, cattivo’) di manzoniana memoria. E il numero di questi Bravi è decisamente cospicuo, stando a quanto la cronaca riferisce ogni giorno.

Fatta questa premessa, e per toccare più da vicino questioni che hanno a che fare con la lingua, dirò che ci muoviamo nell’ambito del politicamente corretto, i cui paladini sono stati definiti dal linguista Massimo Arcangeli se non i padroni, almeno tra i più grandi decisori della norma linguistica. Dei fustigatori (così li definisce Giuseppe Antonelli, un altro linguista) la cui attività ha avuto inizio negli Stati Uniti negli anni Sessanta. L’intento che li animava era era di combattere gli usi discriminatori della lingua; un intento che però spesso è finito per coincidere con la definizione di una nuova norma rispetto alla quale i trasgressori erano (e sono) esposti ad una censura di tipo morale.

Non appare anzi azzardato affermare che l’alimentazione di questa norma nel caso qui discusso della questione di genere ha finito per alimentare, sul piano linguistico, coniazioni o ristrutturazioni di termini – connessi innanzi tutto con la definizione di professioni svolte da donne – assimilabili a quelle di tipo eufemistico, innescate da fenomeni di interdizione psicologica.

Dal punto di vista concreto, dell’uso della lingua nella comunicazione, molti parlanti finiscono così per essere indotti ad un controllo razionale della scelta del termine con cui riferirsi ad una donna o alla sua professione: un controllo che spesso è imperfetto e che, venendo meno, alimenta uno stato talvolta persistente di confusione. L’evidenza di questa considerazione è sotto gli occhi di chiunque legga i giornali, in particolare la cronaca politica e ancora più se di questo periodo.

Un caso su tutti, quello della ministra o del ministro (o della “ministressa”) Fornero, appellata, senza riferimento all’incarico per cui negli ultimi mesi è assurta agli onori della cronaca, come la Fornero (da chi non bada troppo alle implicazioni di quel la), Fornero (da chi bada forse troppo alle implicazioni di quello stesso la) e, meno frequentemente (fanno eccezione i passaggi di carattere didascalico) Elsa Fornero.

Lo stesso ministro ha rinvigorito la discussione su quel la affermando «Non mi piace quando dite la Fornero, oppure la Littizzetto. Dite Fornero e basta, così come dite Monti»; una esternazione che da cui è conseguita, da una parte, l’attenzione all’omissione di ogni riferimento al genere femminile da parte di chi è impegnato a scrivere sul ministro, e, dall’altra, la provocazione a scrivere il Fornero.

Comunque la si pensi, che si apostrofi Fornero o qualunque altra donna con il la, viene da chiedersi: è possibile che la via per il superamento della discriminazione debba passare (anzi, debba iniziare) dalla spersonalizzazione?

Bisogna non risultare distinguibili da un uomo per sentire di avere pari opportunità?

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Per un’opinione diversa

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/scritto_e_parlato/Fornero.html

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