Dal Salone del Libro di Torino… “La grammatica è maschilista?”

Venerdì 11 maggio 2012, ore 12, sala Rossa

IL GENERE PRIMA DELLA LINGUA, NELLE LINGUE E NELLA LINGUA IN DIECI DOMANDE (E RISPOSTE) BREVI

Come si forma il genere nella lingua?

La marca di genere non è una necessità della lingua, ma quando usato indica che dai parlanti viene ritenuto appropriato e che viene usato come classificatore di elementi ritenuti simili.

Nel caso di molte lingue indoeuropee, il genere è assegnato nel modo ritenuto appropriato, mentre un terzo genere, il neutro, è riservato agli individui che non hanno raggiunto la maturità sessuale. Ciò sembra funzionare relativamente bene quando i designati afferiscono a campi, come quello botanico o zoologico, dove gli esseri possono essere individuati su base sessuale. Tuttavia, nel momento in cui si ha a che fare con la lingua, l’aumento dell’arbitrarietà innesca una serie di problemi.
Dal punto di vista storico-linguistico, il processo che si conclude con la formazione dei generi si è sviluppato nel corso di un tempo lunghissimo e, per quanto riguarda le lingue indoeuropee, ha portato dapprima ad una separazione tra animato e inanimato (stadio a 2 generi) e, successivamente, ad una ripartizione dell’animato in femminile e maschile (stadio a 3 generi). Il terminus post quem è dato dalle lingue anatoliche, il ramo più antico della famiglia indoeuropea (attestato nel III millennio), che non distinguono maschile e femminile.
Nell’analisi dei vari sistemi linguistici, emergono alcune questioni analizzabili nell’ottica di una “grammatica sessista”.

La determinazione di genere serve alla lingua?

La determinazione di genere non è in sé necessaria al funzionamento del sistema. Anzi, dal punto di vista morofologico provoca lo “svantaggio” di dover adattare al meccanismo altre parti del discorso – si pensi all’aggettivo rispetto al nome – e di dover assegnare il genere anche a parole designanti, come si è detto, entità inanimate. Sul piano semantico è priva di qualsiasi utilità, in termini biologici non aiuta infatti a operare distinzioni che siano d’aiuto, mentre impone di creare coppie di parole completamente diverse per il maschio e la femmina, con un effetto deleterio quando riferito al criterio di economicità della lingua. Non così sul piano della sintassi, dove è invece di enorme utilità nel caso di lingue a ordine libero. Nel caso, ad esempio, di due alternative, il genere può risultare d’aiuto nell’individuare il sostantivo a cui l’aggettivo si riferisce. Comprova la correlazione tra ordine delle parole e genere una tendenza abbastanza sistematica: analizzando il fenomeno in diacronia e contrastivamente ci si accorge infatti che il genere viene mantenuto dalle lingue che conservano in modo più o meno completo il meccanismo della flessione (Meillet) e che al contrario tende ad atrofizzarsi laddove il sistema si ristruttura, in genere in senso analitico.

Perché il genere maschile si è imposto come non marcato?

All’interno del “genere animato”, in diacronia il femminile si è distinto dal maschile in un primo tempo solo nell’aggettivo. Per esempio, la flessione di mater non si differenzia da quella di pater (ma mater bona si oppone a pater bonus). In varie lingue indoeuropee è dimostrato che molte forme femminili sono secondarie, morfologicamente derivate da quelle maschili, a imitazione del meccanismo già perfezionato dagli aggettivi.

La non marcatezza del maschile è comunque una tendenza generale nel funzionamento del linguaggio, e non si può escludere che si tratti di un mero fatto tecnico; altri linguisti postulano invece una «imposizione di griglie maschili alla lingua in una situazione culturale dominata dal “patriarcato”» (Vallini). Tuttavia, se ciò fosse vero, e che quindi il maschile realizza entrambi i generi quando l’opposizione m/f si neutralizza, quando a neutralizzarsi è l’opposizione animato/inanimato e quindi l’inanimato rappresenta entrambi i generi, si dovrebbe forse pensare a una mancanza di rispetto verso i vivi?

Di che natura è il rapporto tra genere grammaticale e natura delle entità designate?

Si tratta del problema più vistoso, se non altro alla luce delle numerose incongruenze tra le lingue, che possono marcare una stessa entità come maschile e femminile (con il “classico” esempio di sole, maschile e luna femminile in italiano ma non in tedesco, dove sono “rovesciati” dal punto di vista del genere (der Mund, die Sonne).
A monte della determinazione di genere, occorrerà anzitutto ricordare che non tutto quello che per noi è animato lo era nel mondo antico (è il caso della pioggia, sentita anche come animata perché fecondatrice della terra). L’attribuzione del genere maschile o femminile a oggetti, dal canto suo, sembra seguire criteri quasi del tutto arbitrari.

Che dire del rapporto tra morfosintassi e categoria di genere?

Sul piano prettamente linguistico, morfosintattico, resta da spiegare perché sia proprio -a ad indicare il genere, marcato, femminile. Come è noto -a segnalava entità astratte o collettive. Il passaggio da collettivo a plurale è abbastanza perspicuo; il passaggio da astratto a femminile non risulta spiegabile. Una spiegazione potrebbe però trovarsi in una coincidenza di natura formale: alla base dell’associazione -a/femminile potrebbe però esserci la terminazione che il sostantivo per ‘femmina’ aveva nelle locuzioni indicanti ‘la femmina di’, *gwena. Non è chiaro se questa -a fosse una desinenza o parte integrante del tema; in ogni modo sarebbe altro rispetto alla -a astratta e collettiva. La diffusione di la femmina di + nome della specie unitamente alla omofonia potrebbero essere state decisive per la sovrapposizione delle due forme.

Esiste il genere come categoria non riferita alla contrapposizione maschile-femminile?

Nella prospettiva di Jackendoff, un autore contemporaneo che ricordava la capacità di categorizzare come peculiarità essenziale della cognizione, il genere si configura come una “idea” che, ad un certo punto, trova “forma” nel sistema linguistico. Proprio perché si tratta di un’idea non è scontato che il genere abbia a che fare con un marker di tipo sessuale (che però è il più frequente e che, probabilmente a seguito del maggior peso assunto dalla consapevolezza di sé, ha scalzato persino quello relativo all’opposizione animato/inanimato da cui l’opposizione m/f stessa ha avuto origine). In effetti, oltre ai generi grammaticali maschile/femminile ne sono possibili altri: in una
lingua dell’Australia, il dyirbal, ci sono generi per il maschile, il femminile, il commestibile diverso dalla carne e il neutro; in navaho ci sono tredici generi: esseri vivi, oggetti rotondi, oggetti riuniti in insieme, contenitori rigidi con contenuto, oggetti compatti, oggetti che somigliano al fango, massa,
ma nessuno distingue maschile e femminile.

La maggior parte delle lingue indo-europee dotate di genere ne annovera da uno a tre; nell’ambito di altre famiglie linguistiche si conoscono lingue (della famiglia caucasica) che ne hanno da quattro a otto e altre (la maggior parte delle lingue bantu) che ne hanno da dieci a venti (ma questa cifra potrebbe essere viziata dal fatto di considerare come classi distinte quelle maschile e femminile riferite ad una stessa caratteristica).

Esiste una corrispondenza tra marca di genere m/f e sessismo?

Presa in considerazione l’esistenza di lingue in cui il genere maschile/femminile è perlomeno secondario, e associando in un binomio sessismo e contrapposizione di genere, con l’elemento non marcato riferito al maschile, si potrebbe ipotizzare che lingue prive di tale contrapposizione corrispondano a culture non sessiste. Anzitutto, un dato numerico: le lingue prive di generi sono più numerose di quelle che li hanno. Quanto all’equazione lingua senza generi = lingua non sessista, basterebbe una scorsa a birmano, turco, giapponese, ungherese ad alimentare una certa perplessità. Ciò non toglie, va sottolineato, che alla base dell’elezione del maschile a genere non marcato possa aver agito una mentalità in cui dominante era quanto connesso con la patrilinearità. Più generi non significa più sessismo.

Sessismo e italiano contemporaneo: quali sono i principali usi e fenomeni notevoli?

La derivazione in -essa. Il suffisso derivazionale -essa, che serve a femminilizzare nomi di professione, ha avuto un apice di produttività a cavallo tra il XIX e il XX secolo, con la coniazione di forme indicanti donne o animali di sesso femminile (leonessa, elefantessa) o creature fantastiche (diavolessa, orchessa).

In epoca recente, alcune di queste formazioni sono state riutilizzate per indicare donne che ricoprissero quei ruoli ormai per loro possibili; ma per la formazione di nomi professionali il suffisso -essa è in forte concorrenza con altri procedimenti […]. Tra i nomi d’agente in -essa che indicano donne che svolgono determinate professioni o ruoli sono piuttosto saldi nell’uso dottoressa, professoressa, studentessa, campionessa, poetessa. Le basi delle mozioni in -essa sono in prevalenza maschili in -e; in qualche caso si sono formati femminili in -essa da maschili in -tore (dottoressa). Sono in -essa anche i femminili da alcuni maschili in -a: papessa, poetessa, profetessa (cfr. Grossmann e Rainer)

A un certo punto della storia linguistica italiana – le fonti sono molto eloquenti in merito – al suffisso è stata associata una carica peggiorativa e stigmatizzante, di cui recano incontrovertibili tracce anche i meno comuni madrigalessa, articolessa, filatessa, sonettessa, capitolessa, che nulla hanno a che vedere con le professioni.

Venendo alla questione sessista, alla liceità o meno dell’abolizione di tali forme, è plausibile ritenere che evitando l’uso delle forme in -essa si restituirebbe dignità a chi si sente leso dal retaggio di cui queste forme mantengono traccia? Oppure, trattandosi, almeno nei casi di dottoressa, poetessa, professoressa, di forme ben consolidate nell’uso (oltre che del lessico di base), una eventuale modificazione in senso acrolettico, verso le varietà alte del repertorio, condurrebbe ad una condizione che “saprebbe” di artificiale?

Inoltre, quand’anche si riuscisse ad “imporre” l’espunzione dell’odiata forma, assai probabilmente si tratterebbe di una eliminazione di principio: come la storia dei vari purismi ha insegnato, difficilmente le dinamiche del mutamento si lascerebbero infatti guidare dalla ragione, anche quando supportata da argomentazioni lodevoli. Si potrebbe perciò venire a determinare uno scenario che ricorderebbe da vicino quello tipico dei contesti di diglossia con stavolta una variante a marcare i registri di un politicamente corretto allargato e l’altra i registri meno controllati. E se così fosse, non è difficile immaginare che il suffisso -essa non sarebbe espunto dal sistema, neppure nelle varietà più controllate, perché, come oggi già accade, ritornerebbe a marcare forme scherzosamente ironiche che potrebbero celare il consueto sessismo.

Che dire di usi asimmetrici per i due generi (es. disponibile) nell’italiano?

La quota di soggettività che caratterizza i significati nell’uso (significato pragmatico) e li differenzia anche notevolmente dal significato “di base” (lessicale, atteso da chi guardi ai dizionari) rimanda all’abbondanza di asimmetrie “di genere”. Si tratta infatti di esempi arcinoti (e cavalcati da chi ritiene che sia necessario emendare la lingua per correggere comportamenti sbagliati) di polarizzazione in senso sessuale che coinvolgono aggettivi, sostantivi e locuzioni che sul piano lessicale non comportano alcuna discriminazione.

Per esempio, tra gli aggettivi, libero, che se si riferisce ad un uomo ha connotazioni morali e intellettuali, ma se riferito ad una donna connota il suo comportamento sessuale.

Tra le forme complesse, basti pensare all’opposizione uomo di mondo, uomo facile, uomo senza morale, uomo con un passato, uomo da poco, uomo allegro vs donna di mondo, donna facile, donna senza morale, donna con un passato, donna da poco, donna allegra, tutti, tranne forse donna da poco, orientati in senso sessuale.

Che dire, poi, del divario tra usi lessicali, pragmatici (connotativi) e delle conseguenze sulla percezione dei parlanti?

Dei due significati delle parole, lessicale e pragmatico, il secondo, in quanto riferito alla comunicazione effettiva tra parlanti, è per definizione fluido come è fluida la comunicazione. A tale fluidità ci si riferisce per mettere l’accento su alcuni fenomeni della lingua riferibili al sessismo.

Nel corso della primavera 2012 numerosi giornali, anche di prestigio e tradizione, si sono occupati della nuova relazione di Rita Rusic, ex moglie di Vittorio Cecchi Gori, con un compagno più giovane. Le parole scelte per descrivere il nuovo compagno della Rusic attingono a quel lessico in sé “neutro” ma di fatto esemplificativo della sussistenza di una asimmetria rappresentata da quegli usi linguistici che trasmettono modelli stereotipati di uomini e donne: fidanzato toy-boy / giovane fidanzato / giovane e muscoloso fidanzato / giovane e aitante fidanzato / giovanissimo e muscoloso fidanzato / nuovo fidanzato (corpo mozzafiato) / giovane e muscoloso fidanzato / mare, sole e giovane fidanzato / mare infinito col fidanzatino.

Tali forme, in sé, non avrebbero particolare valenza negativa, ma si caricano di una connotazione sessista (maschilista) nel momento in cui si sottolinea l’età della protagonista. Lo stereotipo si riferisce e agisce sulla comunanza di pareri in merito a una presunta passatezza e conseguente scarsa appetibilità di una donna di cinquantadue anni, e all’ironia riservata alle donne che “si consentono il lusso” oppure “hanno il privilegio” di una relazione con un uomo molto più giovane di loro.

Nei fatti, non è quindi la lingua a essere sessista, ma è quello che il parlante “aggiunge” alle parole – e che è parte integrante del suo bagaglio di conoscenze, della sua visione del mondo, insomma qualcosa di esterno alla lingua, benché espresso per mezzo di essa – a rendere discriminatorio il testo. Esempi che costituiscono la prova dell’esistenza di una ideologia che si alimenta di stereotipi che trovano nella lingua una forma di espressione, senz’altro la più potente, ma che non possono essere imputati alla lingua. Si consideri il caso contrario, quello di un uomo che intrattiene una relazione con una donna molto più giovane: alludo al caso della modella Elle Macpherson tradita dal compagno per una donna (modella a sua volta) assai più giovane e al modo in cui questa notizia è stata trattata per esempio in un articolo pubblicato su Corriere.it.

Palese la differenza rispetto al primo caso, tangibile nelle attenuanti fornite all’ex-compagno della Macpherson colpevole di essere fedifrago perché un’altra donna «gli ha fatto perdere la testa».
Differenza resa ancora più eclatante dal fatto che l’articolo sia stato scritto da una donna, Simona Marchetti, a riprova di come certi schemi mentali (e i conseguenti stilemi) abbiano permeato il cervello di tutti… e di tutte.

Del resto, in riferimento alla stessa vicenda, il Giornale titolava: «Elle Macpherson mollata, la donna più bella del mondo trattata come una racchia», quasi che l’atto di abbandono a favore di una donna molto più giovane fosse accettabile se perpetrato ai danni di una donna poco avvenente.

Insomma, per fatti analoghi scattano gradi diversi di censura orientati lungo una scala costruita in ossequio ad una ideologia dominante e modaiola.

Ci si potrebbe allora domandare se un’abolizione “per decreto” dell’uso connotativo risolverebbe o almeno migliorerebbe la situazione. La risposta non può che essere, ancora una volta, che no, un’azione per decreto non è pensabile, perché a bloccarsi sarebbe il funzionamento stesso della lingua, che trova una risorsa potentissima proprio nella possibilità di organizzare un numero non dico ristretto ma contenuto o comunque definibile di significati lessicali in un numero potenzialmente infinito di significati pragmatici.
Si può però, e anzi si deve, lavorare, invece, sulla creazione di nuove ideologie, che risultino meno discriminatorie o non univocamente discriminatorie e che, soprattutto, possano contribuire al radicamento nelle nuove generazioni di una nuova mentalità.

In conclusione?

In conclusione, vale la pena sottolinearlo ancora una volta, la discriminazione passa per la lingua, è vero, muovendo però da cornici cognitive, da veri e propri frameworks consolidatisi per effetto della rappresentazione mentale della società. Ecco allora che l’insidia maggiore è quella evocata da nomi di professione che, come cuoco o cuoca, rappresentano linguisticamente l’opposizione m/f ma solo formalmente, poiché sul piano dei valori che muovono (sul piano, cioè, della connotazione) non appare esservi equipollenza; oppure da commesso e commessa per l’immediata evocazione del genere naturale insieme a quello grammaticale; oppure, e qui lo iato percettivo tra m e f si incrementa, da casi come chef, pilota, astronauta, ancora evocatori di un immaginario quasi esclusivamente maschile.

Quello che sembra inutile dover dimostrare, come tra l’altro la storia dei vari purismi ha insegnato, è che la soluzione all’uso sessista della lingua non può passare per un appiattimento su quello che da alcuni è bollato come politicamente corretto e da altri come sensibilità e espressione di pari opportunità. Si pensi agli effetti che una generalizzazione miope dei femminili produrrebbe comunque nell’uso: se, ad esempio, di Rita Levi Montalcini si dicesse che è una tra le più grandi scienziate per evitare il maschile inclusivo, la si priverebbe della primazia anche su buona parte degli uomini.

Insomma, dietro alle forme raccomandate e ai problemi nella loro accettazione c’è molto più che un problema di cacofonia o di abitudini e un eccesso di razionalità a guidare i comportamenti verbali non ritengo sia auspicabile per la natura stessa della lingua. Il sessismo veicolato attraverso la lingua è un dato di fatto e non lo si ribadisce mai abbastanza; ma come la bellezza è negli occhi
di chi guarda, così la discriminazione è anche nelle orecchie di chi ascolta.

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