“Il riposo del guerriero” del 20 maggio 2012

Oggi tralascerò i discorsi etimologici e la riflessione sulla lingua: non dirò perciò nulla, o quasi, su giallo, dal colore della copertina dalla collana di polizieschi Mondadori così fortunata da arrivare a identificare un genere narrativo, anche perché ne ho già parlato in un post di qualche mese fa; né su nero/noir, termine coniato da alcuni scrittori desiderosi di spingersi oltre il giallo perché convinti di doverlo modificare al fine di provocare una riflessione nel lettore sulla realtà sociale contemporanea – a ben vedere, poi, anche di questo abbiamo parlato in un’altra puntata del Guerriero; e soprattutto non dirò nulla, o quasi, su investigazione, investigatore o investigare, tutti dal lat. vestigia, plurale di vestigium ‘suola, pianta del piede’ e successivamente, per un rapporto di causa-effetto, ‘impronta, orma’; né su detective, che l’italiano ha ripreso dall’inglese, in cui si trova attestato da poco dopo la metà del XIX sec. in unione a policeman ‘poliziotto’ che poteva essere anche sottinteso, ma la cui matrice è sempre latina, da detegere ‘scoprire’, a sua volta da de– prefisso privativo, e dal radicale teg– di tegola, tetto, ma anche di testo, poiché un testo, proprio come la copertura di un’abitazione, si ottiene intrecciando dei materiali.

Trascurerò i percorsi a volte imprevedibili, sempre affascinanti, che anche in questo caso potrebbe offrirci l’etimologia, perché ho intenzione di concentrarmi su un apparentamento noto a molti ma certo non a tutti.

Vorrei infatti parlare di un tipo di giallo, una sorta di sottogenere del giallo, caratterizzato dal fatto che in esso giungono a integrarsi e a condensarsi istanze di ambito poliziesco e di ambito medico.

Accennerò perciò a quel filone narrativo che organizza le proprie trame come gialli, gialli che però non hanno a che fare solo con la criminologia perché insistono sulla medicina almeno quanto insistono sulla criminologia, e, come se già queste due caratteristiche non bastassero, i cui autori sono medici di formazione e spesso di professione.

Il primo medico ad aver tirato una linea che unisce le tecniche di analisi e investigazione tipiche del metodo scientifico e quelle del metodo investigativo di ambito criminologico è, senza ombra di dubbio, Conan Doyle.

Vissuto in epoca positivista, riponeva, come del resto la società nel suo complesso, una totale fiducia nelle potenzialità delle nuove scoperte scientifiche, soprattutto per quanto avrebbero potuto nella cura delle malattie (si arrivava persino a ipotizzare il debellamento delle malattie) e nel conseguente miglioramento delle condizioni complessive di vita.

Medico prima che scrittore, Doyle crea il personaggio di Sherlock Holmes nel quale riversa un talento e una capacità di intuizione al di fuori dell’ordinario; un uomo con capacità superiori a quelle umane (e di sicuro superiori a quelle dei detectives di Scotland Yard) che riesce a fare, da sé, quanto faceva lo scienziato: leggere dei segni, degli indizi, da usare per risalire nel tempo fino alla scoperta del momento in cui un tessuto – indipendentemente dal suo essere sociale o umano – aveva iniziato a deteriorarsi, così da poterlo curare.

Holmes riesce infatti, grazie ad una profonda capacità di lettura e alla forza dell’interpretazione, e basandosi su un ragionamento di tipo induttivo, a scoprire le cause che hanno portato alla malattia / al crimine.

Numerosi sono i modelli di cui Doyle si serve per dare forma a Sherlock Holmes, ma in vita ne accredita uno solo, Joseph Bell, della cui vita riporta degli episodi che mirano a evidenziarne la capacità di produrre anamnesi dalla sola visione di segni esterni (sul corpo, sulle mani) e di manovrare le storie patologiche dei pazienti al punto di riuscire persino ad indurli, in alcuni casi, all’autoguarigione per suggestione.

E, ancora, ad un medico, il Dr. Watson, Doyle affida non solo il riscontro di quanto da Holmes teorizzato, ma persino la funzione di io-narrante destinato a fare ordine nella cartografia indiziaria di Holmes, grafomane che scrive su ogni genere di superficie appunti riguardanti particolari più o meno microscopici che possono aiutarlo nelle sue ricerche scientifiche e criminologiche.

Watson, il medico, il reduce dalla guerra di Afghanistan, oltre ad essere spalla di Holmes e voce narrante delle storie, è colui che nelle narrazioni ha la funzione di registrare (in quaderni), commentandoli, tutti gli eventi in qualche modo pertinenti con le varie indagini.

Quaderni che costituiscono la controparte degli archivi poco ordinati di appunti cui Holmes fa continuo riferimento per risolvere i suoi casi, allo stesso modo in cui Watson funge da naturale completamento per Holmes.

Il connubio tra giallo medico e giallo poliziesco in Sherlock Holmes è tanto forte da determinare, negli episodi delle avventure del detective londinese, riferimenti a: 68 differenti malattie, 32 termini derivanti dal vocabolario medico, 38 dottori, 22 medicine, 12 specializzazioni mediche, 6 ospedali, 3 riviste mediche, e 2 scuole di medicina (Jack D. Key – Alvin E. Rodin, Medical Reputation and literary creation: an essay on Arthur Conan Doyle versus Sherlock Holmes 1887-1987, «Adler Museum Bulletin», 13, 1987, p. 21).

Numeri che, al di là del dato statistico, lasciano trapelare un vero e proprio modo di leggere la realtà attraverso la lente della distorsione patologica, che guida anche i possibili interventi per individuarne l’eziologia e le possibili strategie di intervento.

Doyle non è però, come ho detto in apertura, l’unico medico a scrivere gialli e più in generale letteratura non scientifica (testi narrativi): come lui sono infatti medici e letterati Rabelais, Checkov, Cronin, Bulgakov, Carlos Williams e Crichton, accomunabile al creatore di Sherlock Holmes perché entrambi hanno esercitato, almeno per un certo periodo, la professione medica, e, ancor più, perché hanno fornito ispirazione e modelli a due delle serie televisive mediche di maggior successo di sempre.

Five Patiens di Crichton ha infatti fornito ben più che ispirazione a ER, così come le avventure di Sherlock Holmes e in generale la letteratura di Doyle a House MD, Dottor House nella vulgata italiana.

E poiché la storia ci ha abituato a corsi e ricorsi, analogamente a quanto, a suo tempo, fece Conan Doyle per il citato Joseph Bell, anche David Shore, il creatore di House MD, ha apertamente dichiarato che il suo personaggio è un omaggio a Sherlock Holmes, cosa che peraltro il “web” aveva quasi subito messo in evidenza, accumulando una serie di trivia, alcuni divertenti, altri poco plausibili, volti a mettere in evidenza le tante somiglianze tra i due personaggi.

I più gettonati

  • dipendenza da droghe: Holmes fa uso di cocaina nei momenti in cui è senza casi da risolvere; House è dipendente da Vicodin, un antidolorifico oppiaceo, e in alcune puntate, si fa riferimento al suo uso sperimentale di LSD e cocaina
  • il fatto di annoverare un solo amico con il quale hanno un rapporto (quasi) alla pari: i nomi di James Watson e John Wilson, ambedue dottori, sono parafonici
  • avere amato – per un breve, burrascoso e indefinito periodo del loro passato –una donna dal medesimo nome: in Scandalo in Boemia, Watson fa riferimento a Irene Adler, unica donna che riesce a tener testa a Holmes sul lato intellettivo, come all’unica donna per cui Holmes provi un sentimento che si avvicina all’amore; nell’episodio 11 della quinta stagione, House butta il prezioso regalo – un libro di diagnosi scritto dal Dr. Joseph Bell (!) – ricevuto da una donna di nome Irene Adler
  • abitare al medesimo numero civico: nell’episodio 7 della seconda stagione, pochi fotogrammi inquadrano Wilson che esce dal numero civico 221B, abitazione di House, civico che, in Baker Street, ospita Holmes
  • condividere lo stesso “nemico”: nell’episodio 24 della seconda serie, un ex paziente di nome Moriarty spara misteriosamente a House; il personaggio del professor Moriarty è l’antagonista in assoluto di Holmes
  • avere un nome che “suona uguale”: la pronuncia inglese di Holmes non prevede la realizzazione della laterale /l/ e, conseguentemente, il nome risulta quasi omofono di home, il cui principale sinonimo è, per l’appunto, house.

Tante ancora sarebbero le cose da dire; dovendo però chiudere si tenterà una sintesi delle tante affinità affermando che tanto in Doyle tanto in Crichton sintomo, indizio, medico e investigatore costituiscono i quattro membri di una proporzione che può subire l’interscambio dei suoi elementi senza che con ciò se ne alteri l’equilibrio.

Di qui la possibilità, ben esemplificata soprattutto dalle strategie di Holmes/House, di assimilare la pratica investigativa medica a quella criminologica, con tutto ciò che ne consegue anche per il rapporto tra diagnosi e prognosi, in riferimento alle quali è possibile tracciare un vero e proprio discrimen tra vecchie e nuove pratiche terapeutiche.

***

Per continuare il discorso, nel quadro più ampio della medicina narrativa e delle medical humanities, potete leggere questo articolo che ho scritto insieme a Pierluigi Vaglioni, studioso di lingua e letterature di lingue inglese, un paio di anni fa

DRAGOTTO F., VAGLIONI P. (2010). Non tutti mentono. Dottori che scrivono, scritture per dottori: il ruolo delle letterature nella formazione di ambito medico. In: LOZUPONE E. A CURA DI. Medical Humanities per la formazione di area sanitaria. p. 125-150, ROMA:Nuova Cultura, ISBN: 9788861344686

Advertisements