“Il riposo del guerriero” del 27 maggio 2012

Per contribuire alla discussione su “Le corde dell’anima”, argomento affascinante ma anche complesso perché coinvolge ambiti diversi, ambiti legati da un sottofondo comune di matrice “filosofica” avente a che fare con la memoria, mi servirò di alcune parole.

Partirò dall’analisi del significato di corda in questa espressione e in altre di significato affine.

L’italiano corda continua il latino corda, forma semplificata di chorda a sua volta continuazione del greco khordé, indicante dapprima la ‘corda di uno strumento musicale’ e solo più tardi il significato che in latino era proprio di funis ‘fune’.

Di questa parola, corda, sorprende la vicinanza fonica con la parola latina per ‘cuore’, cor cordis, che in una delle forma in cui era utilizzato nei testi, all’ablativo, faceva corde, di fatto omofona del plurare di corda (per l’appunto cordae); una vicinanza tale da aver spinto ad una falsa etimologia anche Isidoro di Siviglia, un grammatico tardo antico, per il quale “Chordas autem dictas a corde, quia sicut pulsus est cordis in pectore, ita pulsus chordas in cithara” (3, 22, 6) che, non letteralmente, si potrebbe rendere con “Le corde della cetra sono come il cuore, che pulsa, batte, vibra nel cuore” significando pulsus us m. ‘urto, colpo, vibrazione, battito, pulsazione, impulso’.

Tra i vari significati di corda in italiano c’è quello di ‘[…] ciò che è in grado di far tornare alla memoria o di risvegliare un sentimento, una sensazione, un’emozione, anche un’idea’; toccare una corda o anche far vibrare una corda sta perciò per ‘[…] parlare, discorrere di ciò che sta molto a cuore a chi ascolta, agitare sentimenti, idee; far leva su un determinato sentimento; riuscire, per mezzo della forza evocatrice o stimolante di ciò che si è detto, a risvegliare nell’animo di chi ascolta un sentimento, una sensazione […]’ (GDLI).

In questo uso figurato di corda si coglie pertanto una vicinanza ai temi del cuore, del sentimento, della memoria. Ma la corda si tocca, la si fa vibrare. E, persino, quando si tratta della corda di uno strumento, la si può scordare.

Si scorda, quando si perde l’accordatura; ma si scorda, anche quando qualcosa si allontana dal cuore. Le due forme sono indipendenti l’una dall’altra, la coincidenza si arresta ad un livello superficiale, espressivo, ma certo è che negli usi metaforici di corda si viene a recuperare parte della valenza di corde, del cuore, a riprova di quanto sia impossibile prescindere da una componente associativa ed emotiva quando si va a ripercorrere la storia del significato di un termine.

Ma veniamo a scordare, al secondo scordare, quello da cuore, contrario di ricordare (il primo ottenuto dal secondo – perciò scordare da ricordare – attraverso la sostituzione del prefisso).

Ricordare, dal lat. recordari, è una parola dotta ottenuta facendo precedere il riferimento al cuore da un prefisso, re-, che indicherebbe ‘il movimento all’incontrario’ (cfr. DELI, s.v.), ovvero, il ‘rimettere nel cuore’ da intendersi come sede della memoria.

La maggior parte degli antichi riteneva, infatti, che il cuore fosse la sede della memoria, «convinzione di cui resta una traccia piuttosto evidente in Cartesio,

che parlando della memoria, e in particolare delle tracce che lasciano le idee in noi, scriveva che queste tracce “passano attraverso le arterie nel cuore, e da là s’irraggiano in tutto il sangue (…)” per imprimersi poi “nella parte interiore del cervello”. Già con Galeno (n.d.r. dopo l’epoca classica, siamo tra II-III d.C.) però le cose stavano cambiando e la sede della memoria viene identificata con sempre maggior certezza nel cervello» (Enrico Castelli Gattinara, “Il non luogo della memoria e dell’oblio”, Aperture, 10, 2001, p. 149-150). La possibilità di individuare una sede per la memoria nel corso del tempo ha originato dibattiti tra correnti di pensiero che, prima dell’era tecnologica (del silicio e dei microchip), si sono dovuti confrontare con il problema della vastità, enormità, dei ricordi se raffrontata con l’estrema limitazione dello spazio destinato a contenerla. Non solo, parlare di memoria impone la necessità di considerare l’oblio, che a prima vista potrebbe sembrare l’opposto della memoria ma che per Castelli Gattinara, il filosofo autore di un contributo dal quale ho ripreso la citazione di Cartesio e le considerazioni ad essa seguenti, è invece un concetto da sfumare (perciò, per usare una similitudine, non bianco-nero, memoria-oblio, ma una scala di sfumature, di possibilità, comprese tra memoria e oblio), da ripensare secondo una logica che ridefinisce l’oblio come necessario alla memoria. Afferma Castelli Gattinara: «In realtà nessuna memoria vivente potrebbe funzionare senza oblio. In ogni caso, ovunque, in tutte le situazioni, per ogni essere, memoria vuol dire capacità di ricordare-dimenticare, ossia selezionare» (p. 152) e «Selezionare vuol dire scegliere, ma scegliere significa dimenticare, cancellare ciò che non è opportuno, o semplicemente ignorarlo» (p. 157).

L’articolo di Castelli Gattinara si conclude con la bellissima ed efficace sintesi che, analogamente a quanto avviene per il gioco dei pieni e dei vuoti di un’architettura, per le luci e le ombre di un quadro, per le parole e i silenzi di una poesia, «memoria è oblio e oblio è memoria. Non più opposti e antagonisti, in lotta l’uno contro l’altra, ma complementari e necessariamente connessi. Senza luogo. Perché nessuno, neppure il più riduzionista dei riduzionisti, potrebbe pretendere che nel cervello ci sia un luogo fisico in cui stoccare l’oblio. Il non luogo dell’oblio è insomma lo stesso, necessariamente e irriducibilmente,

di quello istituito dalla memoria» (p.158).

Fin qui la filosofia.

Volendo giocare con la lingua e con le sue implicazioni, si potrebbe però dire che con oblio si supera, in un certo qual modo, il problema della sede della dimenticanza e dunque della memoria. Il termine, che l’italiano ha ripreso dal francese che, a sua volta, ha continuato una forma del latino parlato, *oblitare, connessa al latino classico oblivisci, si ottiene facendo precedere da un prefisso rafforzativo, ob-, il verbo livisci, che significa ‘cancellare’. Che descrive, cioè, l’azione senza far riferimento al luogo in cui essa si verifica, ovvero senza dire da dove si vada a cancellare una traccia, una memoria.

In questo modo l’obliare, dal quale oblio si è formato, verrebbe a costituire una controparte “neutra” sia di scordare sia di dimenticare, termine che rinvia alla seconda delle due dimensioni fondamentali della perdita, almeno in senso emotivo: dimenticare, a differenza di scordare, che, come si è già detto, ha a che fare col cuore, ha infatti a che fare con la mente. Dimenticare sta perciò per una cosa allontanata dalla mente e perciò al di fuori di essa.

Partendo da una corda si è perciò giunti a disegnare una vera e propria geografia della memoria, che oggi farà senz’altro pensare immediatamente all’ippocampo, la zona del cervello localizzata nel lobo temporale ritenuta fondamentale per i processi della memoria, ma che, stando alla lingua, coinvolge il cuore tanto quanto la mente.

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