“Il riposo del guerriero” del 24 giugno 2012

A proposito di vivere social, le questioni da toccare, anche solo sommariamente, sono:

1) un appello – è il punto che mi sta più a cuore vista la rapidita con cui questo atteggiamento si sta diffondendo: non usate social al posto dell’intera espressione social network

2) in seconda battuta, una questione molto più che linguistica, visto che riguarda la sostanza di importanti relazioni umane: le conseguenze dovute all’assenza di possibilità intermedie tra amico e non amico nel caso di una rete come FB, in cui l’inclusione nella rete equivale all’amicizia, intendendo però con amicizia una moltplice serie di possibilità che vanno dalla totale mancanza di conoscenza persino dell’identità del nuovo “amico” all’amicizia anche nel mondo non telematico con il nuovo elemento incluso nella rete, che così diventa doppiamente amico. Il rischio è che proiettando le medesime categorie anche nella vita reale le reti sociali finiscano per risultare schiacciate e per apppiattire la poliedricità che caratterizza i rapporti tra le persone, che magari possono essere solo conoscenti.

3) la questione della creazione neologica legata ai nuovi mezzi di comunicazione, in particolar modo per quanto riguarda i verbi che si formano a partire dai sostantivi con i quali ci accostiamo al “nuovo” in senso tecnologico: facebookare e twettare (con i participi facebookato e twittato: ci twittiamo più tardi; derivati come twitterate o twittate ci facciamo una facebookata?), emailare o mailare, uppare, taggare, linkare, uploadare, downloadare, e persino l’orribile addare (ti addo per ‘aggiungere’ ad esempio ad una lista di contatti).

4) l’utilità, infine, di rifarsi alle modalità di costituzione di una rete di amici ad esempio in Facebook per spiegare in che modo le innovazioni linguistiche si possano diffondere all’interno di una comunità di parlanti. Questo uso per così dire didattico della rete sociale ha il vantaggio di risultare immediato per gli studenti o per chi si avvicini da neofita alle modalità di diffusione ed eventuale accreditamento di nuove forme.

Seguendo l’ordine che mi sono data, vado per punti e comincio con l’appello.

Social, in inglese come in italiano (sociale) è un aggettivo e non un sostantivo. Perciò, per favore, non violentiamo la lingua usandolo come sostantivo. Sempre più spesso capita infatti, anche in contesti formali e/o scritti, di sentir parlare di social in luogo di social network (per es. la comunicazione ai tempi dei social, il gradimento degli utenti rilevato attraverso i social e così via).

Benissimo usare forme quali vivere social, in cui la concessione all’anglismo ha un senso, veicola una sorta di plusvalore per il fatto che dietro all’aggettivo si cela una stratificazione di significati che rimandano contemporaneamente alla socialità e all’uso di mezzi che si servono e che costruiscono reti sociali.

Ma social per social network no.

Che lo si pronunci all’americana, con la o abbastanza simile a quella italiana, o all’inglese, con la pronuncia della o che vira a e [ˈsəʊʃl], resta che social nella lingua inglese può essere sia aggettivo sia sostantivo, significando, nel primo caso,

‘sociale’, come in relating to human society

‘di gruppo’ come in recreational (activity)

‘una visita’, fondendosi al significato di call o visit in espressioni quali a social call o a social visit

o, ancora, in locuzioni e modi di dire del dipo di

‘ama bere in compagnia’, in inglese he’s a social drinker

‘non sa come muoversi in società’ he’s got no social skills

e, infine, come sinonimo di gregarious riferito ad un animale (animal) per indicare, appunto, che è ‘gregario’

Sostantivato può significare ‘serata mondana’ (sottintendendo party, possibilità che fa comprendere che il social per antonomasia, almeno stando ai dizionari, è legato ancora ad una forma di interazione in presenza e non a distanza)

E, sulla stessa falsa riga, incontro (sottintendendo gathering).

(fonte: http://www.wordreference.com/enit/social).

È perciò una tendenza tutta interna alla nostra lingua – e probabilmente spiegabile come atteggiamento smart (altro termine che sta pervadendo le nostre conversazioni) e modaiolo (o almeno sentito come tale ma molti parlanti) – quella che porta alla ellissi (soppressione) del sostantivo e alla conseguente attribuzione del significato di tutta l’espressione social network ‘rete sociale’ al solo aggettivo.

Si potrebbe dire: e allora? Perché non farlo? Perché accettare la medesima cosa per una struttura composta analoga italiana, ad esempio equivarrebbe a dire il nervoso in luogo di il sistema nervoso oppure le sociali al posto di le reti sociali, volendosi rifare allo stesso esempio.

Esaurito l’appello, passo a toccare la questione del rischio di appiattimento nella categorizzazione delle relazioni umane derivante da un abuso del termine amico, rischio cui la nostra lingua è già di per sé abbastanza esposta per il pudore a impiegare, in special modo in contesti comunicativi che vedano presenti i diretti interessati, la parola conoscente.

Ciò che intendo evidenziare non è l’impossibilità di graduare le amicizie virtuali, di decidere che dose di contenuti destinare a ciascuno sulla base dei propri desiderata, ma l’impossibilità di farlo utilizzando una etichetta linguistica appropriata. La non graduabilità, nella vita telematica così come (molto spesso) nella vita reale, degli opposti amico-non amico, più che ad un ostacolo di natura tecnica credo infatti corrisponda al desiderio di non sentirsi in imbarazzo allorquando ci si ritrovi a dover “classificare” il rapporto che intratteniamo con qualcuno in special modo quando quel qualcuno è in grado di accedere facilmente a questa informazione. E se nel telematico viene in soccorso, a giustificare a monte l’abuso di amico, la necessità di disporre di un ventaglio di etichette snello, nella vita reale e nelle implicazioni della vita virtuale (capita sempre più spesso di sentire di datori di lavoro effettivi o potenziali che controllano o persino pretendono di conoscere la password di accesso ai social network dei propri dipendenti) ritengo che sussista una vera e propria inibizione a servirsi delle collocazioni intermedie della scala dell’amicizia.

Sul versante della creazione neologica da social network, argomento più volte lambito nei post di Tuttopoli e oggetto di un post relativo ad una puntata di Cose dell’altro Geo, si tratta di una tendenza in sé naturale, ma rischiosa qualora esercitata indiscriminatamente.

Ma di neologismi, valore didattico intrinseco e buonsenso scriverò in un’altra questione, ASAP*

* as soon as possible ‘appena possibile’

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