“Il riposo del guerriero” del 10 febbraio 2013

Parliamo di parole che non si possono nascondere, parole che dicono poco se si guarda al carico informativo di cui sono portatrici ma che molto dicono, invece, se si guarda a chi le produce. Mi riferisco ai tic linguistici, la controparte linguistica e comunicativa di quello che, sul piano della fisicità, corrisponde a movimenti stereotipati, prodotti in assenza di uno scopo preciso, e, cosa che più importa, senza il controllo dell’individuo.

Tutti noi possediamo, chi in misura minore chi maggiore, dei tic linguistici. C’è persino chi nel tic ha trovato o trova una riconoscibilità da parte degli altri, perché viene con esso identificato e a volte facendo riferimento a esso nominato (si pensi ai soprannomi, ai nomignoli, che in un passato in cui ancora le regole dell’anagrafe non erano state convenzionalizzate, sono diventati dei veri e propri nomi di famiglia: Battilocchi, Occhiolini, Ghigna, Ghignone, Gratta).

Tra le tante possibilità di interpretazione del tic ne voglio però scegliere una in particolare: non parlerò perciò né di plastismi, quelle che in altri casi ho chiamato parole di plastica, ovvero le formule stereotipate che a causa dell’eccessivo riuso si sono svuotate del proprio significato, né degli intercalari, quelle forme di routine che molti parlanti usano per punteggiare il discorso. Penso, ad esempio, ai praticamente, ai cioè e ai vero ripetuti come intercalare dopo ogni verbo e in generale ogni volta che si introduca un nuovo elemento nel discorso.

Ciò di cui parlerò oggi sarà unicamente il disturbo o sindrome di Tourette, quel disturbo neurologico non raro che si manifesta con la presenza di vari tic improvvisi, veloci, ripetitivi, non ritmici, stereotipati: di parole o movimenti prodotti senza uno scopo. Si tratta di una sindrome invalidante dal punto di vista sociale perché oggetto del tic è nella maggior parte dei casi una o un insieme di parole interdette: parolacce, bestemmie, nomi di parti o di atti sessuali e ogni altro genere di turpiloquio.

Coprolalia, per dirla con una sola parola, ovvero tutto quel lessico che di norma si evita di impiegare nei contesti di socialità formale e che, se prodotto in assenza della volontà di farlo, porta chi ne è affetto a vivere una condizione di estremo disagio e imbarazzo. Non sono immuni da questo tic neppure i sordi che, quando colpiti dalla sindrome, lo esprimono in lingua dei segni.

A questa patologia, come ad altre più o meno conosciute dal largo pubblico, dedica un capitolo del proprio volume il noto neurologo Oliver Sacks, l’ispiratore del protagonista del film Risvegli (nel film Robin Williams impersonava Sacks), che apre la seconda parte di L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (comportamento invece emblematico di un’altra patologia, la prosopagnosia, l’incapacità di riconoscere i volti) con il racconto di Witty Ticcy Ray (Ray dei mille tic nell’edizione italiana).

Prima di proseguire e per rendere più evidente quanto sto dicendo sulla manifestazione della sindrome e i suoi effetti, vi invito ad ascoltare trenta secondi dal film Gigolò per sbaglio (Deuce Bigalow male gigolo nell’edizione originale), in cui si narra di un pulitore di vasche per pesci che si improvvisa gigolo per cercare di raccogliere i soldi necessari a ripristinare la casa di un cliente che ha per errore distrutto.

Ecco il pezzo.

Sento il bisogno di precisare una cosa: si tratta di una patologia che nulla ha a che vedere con la maleducazione di tante persone, che del malvezzo e del turpiloquio fanno un habitus comunicativo. Lo dico soprattutto per una questione di rispetto nei confronti di chi convive con la Tourette e si trova costretto a scegliere tra la compromissione dei propri rapporti sociali e tenere sotto controllo il tic con farmaci che hanno come contraltare quello di far sentire meno se stessi.

Per chi soffre di Tourette l’improperio è una parte di sé come una gamba o una mano, perché si tratta di qualcosa di connaturato.

I sintomi della sindrome possono scomparire per settimane o mesi per poi ricomparire oppure subire cambiamenti di intensità.

Sembra che alla base della malattia ci possa essere il metabolismo anormale di un neurotrasmettitore, la dopamina ma è probabile che anche altri neurotrasmettitori siano coinvolti.

Un genitore ha il 50 % delle possibilità di trasmetterla ai propri figli e tra i figli quelli maschi hanno maggiore probabilità di ereditarla.

Non sempre la sindrome si presenta con tic dell’intensità di quelli mostrati nel film: a volte i sintomi sono di entità minore e possono comprendere disturbi dell’attenzione o ossessivo-compulsivi.

Dal mio punto di vista di linguista, il dato più interessante riguarda il fatto che in presenza di disturbi afasici, quando cioè per delle lesioni si verificano delle perdite o della capacità di produrre parole e frasi, i tic linguistici rimangono intatti, quasi come fossero preservati in una zona del cervello diversa da quella che maggiormente ricorre per tutto il resto del lessico.

Trovo questo estremamente affascinante perché sembra confermare quanto intimo possa essere in senso del tabù nella nostra specie. I tic corrispondono infatti a quelle “brutte parole” che solitamente cerchiamo di stemperare con gli eufemismi, ma che scaturiscono incontrollabili anche laddove il resto del lessico sia inibito. Che ci sia un po’ di Turette in tutti noi?

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