“Il riposo del guerriero” del 24 febbraio 2013

Futuro e lingua.

Prima però il futuro nella lingua: forse non tutti sanno che il sostantivo italiano futuro costituisce la continuazione di un participio – il participio… futuro – del verbo latino esse ‘essere’. Futurus significa perciò letteralmente ciò che sarà.

Non è un motto latino, ma consente comunque di evincere il significato di futurus, l’epigrafe Tempus praeteritum nihil, futurum incertum, praesens instabile, cave ne perdas hoc tuum (‘Il passato non conta, il futuro è incerto, il presente è instabile: fai attenzione a non perdertelo’), incentrato sul motivo del carpe diem, del cogliere l’attimo presente, che a noi oggi però non interessa poiché è di futuro che dobbiamo parlare.

Che dire perciò del futuro? Che è “Certo, certissimo, anzi… probabile”, come recitava il titolo di un film di fine anni Sessanta, oppure che sta davanti, o anzi dietro, a seconda della prospettiva che adotta.

Mi spiego. Per noi parlanti italiano, così come per i parlanti di innumerevoli lingue, è normale immaginare il futuro davanti (siamo soliti dire hai il futuro davanti a te oppure hai tutta la vita davanti a te) così come il passato dietro, alle spalle (lasciamoci tutto alle spalle e andiamo avanti). Il passato dietro di noi e il futuro davanti: è una organizzazione dello spazio talmente scontata da metterci in crisi quando scopriamo, da parlanti di altre lingue, che il futuro è alle spalle e il passato davanti. Come è possibile? Non c’è una contraddizione?

Ebbene no. Come sempre accade quando si ha a che fare con la lingua, il risultato dell’osservazione cambia con il punto di vista adottato.

Il risultato è che si può altrettanto bene immaginare il futuro alle nostre spalle -perché è un qualcosa che non si vede, che non siamo in grado di immaginare, che al più speriamo che potrà avere una certa forma – e il passato invece davanti agli occhi, perché ne conosciamo lo svolgimento, lo possiamo vedere.

Come si spiega questa possibilità? E, soprattutto, perché siamo soliti riportare nello spazio la dimensione del tempo?

La ragione risiede nel nostro egocentrismo. Ciascuno di noi legge il mondo in relazione a come è fatto, mette se stesso al centro si una rete che potremmo definire egocentrica. Come abbiamo già detto in occasione di un’altra puntata, Una volta dato il centro della rete tutto si può leggere secondo l’opposizione sopra-sotto (con noi a costituire il piano perpendicolare ai piani del cielo e della terra), davanti-dietro (con ciò che è davanti solitamente a coincidere con il buono, perché si vede, e ciò che è dietro con l’insidioso, il temibile), destra-sinistra (con la parte destra associata alla valenza positiva perché si tratta della mano per la maggior parte di noi dominante; che sinistra sia associata alla negatività lo comprovano le accezioni di termini come sinistro).

Il caso del futuro ci fa però vedere come, stante la rete egocentrica, siano possibili associazioni diverse.

Questo per il futuro nella lingua. Passo a spendere qualche parola sul futuro della lingua, in particolare della nostra. Che futuro per l’italiano?

Hanno ragione coloro – e tra questi c’è il linguista senza dubbio più noto dei nostri tempi, Noam Chomsky – che ritengono che l’italiano sia a rischio di estinzione perché marginale nel web e che solo le lingue di grande uso telematico, le lingue della rete e della pubblicità che si vende in rete, rafforzeranno il proprio dominio nei prossimi decenni, oppure i molti altri linguisti che ritengono che si tratti di una previsione troppo apocalittica?

Di sicuro occorre avviare una riflessione sull’italiano all’epoca dell’inglese anzi degli inglesi (vista la frammentazione, per qualcuno addirittura ibridazione, dell’inglese, conseguenza dell’assurgere di questo idioma a ruolo di lingua veicolare), dello spagnolo seconda lingua al mondo per numero di parlanti, del cinese come prima lingua per numero di parlanti nativi (in questa classifica basata su numero dei parlanti l’italiano occupa un posto introno al venticinquesimo).

Quale politica è più auspicabile per il futuro? Rafforzare una norma che ha per conseguenza l’allontanamento dall’uso o essere più indulgenti con l’uso a rischio, però, di annacquare la lingua, di accettarne la trama sdrucita?

La puntata di oggi è sul futuro, sui futuri, perciò non vi lascerò con delle risposte, bensì invitandovi a ricordare quello che ci siamo detti sul futuro. Il futuro può essere davanti ma anche dietro. E ciò può valere anche per la tutela della nostra lingua. Non auspico, naturalmente, l’anacronismo, ma una riflessione sulla storia linguistica travagliata della nostra lingua per capire che strategie adottare per fare in modo che possa continuare a lungo a guardare al passato immaginando il futuro.

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