“Il riposo del guerriero” del 7 aprile 2013

È lento ciò che si piega, almeno in principio. Le più antiche attestazioni di cui disponiamo per il latino ci dicono infatti che è lentus ciò che può essere piegato, ciò che è elastico.

Per estensione l’aggettivo è passato anche ad indicare l’indolenza, la trascuratezza e poi anche l’assenza di rapidità, significato oggi prevalente nella nostra lingua, in riferimento sia ai movimenti fisici che a quelli mentali (lento di comprendonio).

Nella nostra lingua il termine ha acquisito anche altre accezioni, secondarie, persino poco più che occasionali, che però trascurerò, perché senza menar la cosa lenta (‘senza tirarla per le lunghe’) voglio spostare l’attenzione su un modo meno atteso di intendere la lentezza.

Mi riferisco a lento nel senso di ‘accurato dal punto di vista articolatorio, ben scandito, ovvero frutto di una notevole attenzione articolatoria o iperarticolazione’.

Se si articola lentamente, ovvero se si producono con grande accuratezza i movimenti necessari a produrre il suono che era nostra intenzione produrre, si ottiene un parlato di tipo enfatico, di maggiore intensità, con più pause, con segmenti vocalici più lunghi, un parlato per certi versi da laboratorio.

Più facile da comprendere perché il carico di lavoro necessario a produrre la comunicazione linguistica viene in gran parte assolto da chi pronuncia (al contrario di quanto accade se si usa un parlato ipoarticolato: in quel caso chi parla farà minore fatica, ma chi ascolta avrà la maggior parte dell’onere della comunicazione).

Con questo non intendo affrontare la questione del rapporto tra lentezza di pronuncia e stili formali, magari anche tipici di un italiano, quello standard, da prendere a riferimento di un ideale di lingua parlata condiviso da tutte le persone colte italiane (mi riferisco a quello a cui solitamente le persone intendono con la pronuncia corretta, esatta, di una parola). Non lo faccio perché avrei bisogno di un tempo tutt’altro che lento, essendo la questione molto sentita ma anche soggetta a più risposte di quanto si potrebbe credere.

Quello che mi interessa oggi è far vedere a chi non ha mai avuto modo di confrontarsi con queste dinamiche, quelle articolatorie, due cose:

1)   che anche quando si pensa di realizzare un unico suono si realizzano invece suoni diversi (ottenuti da movimenti e con il coinvolgimento di parti anatomiche differenti)

2)   che dietro alla realizzazione di un suono si annida un meccanismo fatto di tantissimi movimenti. Un meccanismo complesso del quale non ci rendiamo conto se non quando si inceppa, per una patologia, o quando ci troviamo da adulti a cimentarci con la pronuncia di una lingua diversa dalla nostra.

Non potendo giovarmi della lentezza vado a concludere cercando di esemplificare quanto ho appena detto.

Penso di realizzare una sola n. Perché so che nella mia lingua c’è una sola n. Realizzo lentamente naso e mi accorgo che la punta della lingua batte contro la parte posteriore del dente. Pronuncio lentamente un’altra parola contenente n: sangue. Mi accorgo che la lingua arretra e che nel pronunciare n è sollecitata la gola. Poi dico invece e mi accorgo che per pronunciare n torno a utilizzare la parte anteriore della bocca ma in modo diverso da nano. Stavolta uso denti e labbra.

Insomma, quante n ho? E se faccio questo stesso esercizio aumentando la velocità?

La risposta è presto data: esistono tante n quante sono le combinazioni di suoni in cui n entra. Di tutto ciò non ci si rende conto se non a patto di cedere alla lentezza, da leggersi come concessione alla riflessione, necessaria ad assaporare tutta la complessa architettura di movimenti che sta dietro a ciascun suono.

* proverbio toscano

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