“Patto in cucina Magazine” del 15 novembre 2016

con Pierluigi Vaglioni

Dolce come un biscotto, amara come il gusto della vita che è scivolata via che resta in bocca a chi è toccata in sorte la perdita di una persona cara. Questa l’essenza degli ossi di morto, biscotti che con vari nomi, tutti però improntati alla morte, compaiono fin dall’antichità (è il caso della Roma antica) nei riti che danno avvio, in lungo e in largo per il mondo, alla presa d’atto prima e all’elaborazione del lutto poi.

Tra questi spicca il banchetto funebre, chiamato consolo o con nomi simili nelle regioni meridionali dell’area italoromanza, dove l’usanza ancora oggi è vitale sebbene spesso in forma rivisitata anche per effetto di un più diffuso benessere, oltre che di una riscrittura dei rapporti sociali all’interno delle comunità.

La storia comparata delle culture e, in particolare, delle tradizioni popolari mostra, d’altra parte, una convergenza significativa delle forme e dei linguaggi della ritualità che accompagna il trapasso di un membro della comunità; comunità che, da parte sua, fin dalla notte dei tempi ha dovuto far suo, anche suo malgrado, il traghettamento dalla fase del dolore per la perdita della persona scomparsa a quella dell’accettazione di tale perdita come di un passaggio naturale, integrante dell’ordine delle cose.

A far da cerniera tra i due mondi proprio il cibo della morte, fonte di sostentamento dei corpi e delle menti dei superstiti e insieme scrigno dell’ultimo soffio vitale del defunto; scrigno che si fa ingrediente, con altri ingredienti, di preparazioni in genere dolci che, a giudizio di molti studiosi, potrebbero costituire il surrogato di una precedente assunzione e assimilazione del corpo stesso del defunto, praticata in epoca preistorica e forse protostorica. Depone, a favore di questa ipotesi di succedaneità, il contatto ricercato nelle diverse culture tra impasto, in special modo se lievitato, e corpo del defunto, finalizzato all’assorbimento del suo spirito o della sua anima non ancora trapassata o persino dei suoi peccati; di tracce, altresì, di una materialità appena svanita da fissare in una preparazione sostitutiva di un pasto cannibalico nella sostanza ma non nella forma, giacché simile è la volontà alla base dei due atti, quella di metabolizzare, sia fisicamente che psicologicamente, attraverso il proprio corpo, quello chi non c’è più ma che si vuole continuare a tenere con sé, nella prosecuzione della vita.

Se il binomio Eros ‘amore’ e Thanatos, ‘morte’, allude al desiderio di vitalità rappresentato dal sesso in un momento di lutto, il desiderio di soddisfare il palato e lo stomaco si associano almeno altrettanto all’eterna lotta volta a dimostrare ai vivi che la morte, per dirla con le parole del poeta inglese John Donne, non deve essere fiera della sua – temporanea – vittoria sulla vita.

La tradizione, quindi, di condividere un pasto mentre si accompagna il caro estinto dall’altra sponda dello Stige è consolidata e ha assunto, col mutarsi delle ere e delle tradizioni, contorni e connotati sempre mutevoli nella loro continuità ben più che funzionale. È interessante puntare perciò l’obiettivo su come il cibo che i commensali funerari condividevano e il corpo della persona da cui in quel contesto essi si accomiatavano arrivavano quasi a specchiarsi l’uno nell’altro, generando un inquietante doppleganger (‘duplicato’).

Se è vero che le ritualità legate al sacro e al mistero si somigliano per avere profondissime radici comuni, non stupirà allora scoprire come nella Germania Medievale le veglie funebri avevano come punto cardine il mangiare dei ‘dolci del cadavere’, preparati dalla figura femminile di riferimento del nucleo familiare e serviti direttamente sul corpo del defunto, preventivamente lavato e adeguatamente composto per l’occasione. Fatti di pasta lievitata, i dolci avevano, nella credenza dell’epoca, il potere di assorbire in sé le caratteristiche positive della persona defunta direttamente dal corpo, con il solo lenzuolo di lino a fare da tramite purificante. I commensali che mangiavano i dolci assorbivano a loro volta questi pregi, li conservavano direttamente nel loro stesso corpo e li assimilavano nel processo di digestione. In tal modo, la morte era meno morte, e dal corpo del defunto, come i lillà del giardino della Terra Desolata di T.S. Eliot, germogliava l’eredità spirituale che riviveva nella comunità che aveva conosciuto il trapassato.

Una variante irlandese e più moderna della tradizione dei “dolcetti cadavere” era invece rappresentata da una ciotola piena di tabacco, posta anch’essa come i dolcetti sul petto del defunto alla portata dei partecipanti, invitati a inalare dentro di sé un pizzico dell’anima imprigionata dal tabacco prima che questa volasse via. A far differire questa dalla tradizione germanica è forse la sola connotazione di genere, che voleva il tabacco destinato al consumo prettamente maschile.

Sempre in Irlanda è poi attestata fin dal XVII secolo una figura particolare di professionista del lutto, presto esportata nella vicina Albione, che lega la sua performance ancora una volta all’assunzione di cibo come proiezione del corpo e dell’anima del defunto. Si tratta dei ‘mangiatori di peccati’ o sin eaters, figure che l’immaginario collettivo ripropone spesso in modo misterioso, quasi mistico, in rappresentazioni letterarie e filmiche, ma che la realtà dell’Irlanda seicentesca e settecentesca vedeva come persone di estrazione sociale molto bassa a cui veniva dato una sorta di obolo per mangiare da un piatto posto, ancora una volta, in corrispondenza del plesso solare, di quella porta fisica da cui passano il bene e il male e tutti i flussi energetici che portano avanti la vita emotiva e fisica di un essere umano. Prezzolato per assimilare in un solo corpo sfortunato, il suo, tutta la negatività che il defunto aveva lasciato dietro di sé, il sin eater si accollava tutti i peccati da costui commessi in vita e, di conseguenza, garantiva al defunto un passaggio lieve verso l’aldilà. Sostituto della figura di Cristo, il quale con l’estremo sacrificio, presagito dall’eucarestia dell’ultima cena, attira su di sé i peccati del mondo e li purifica, il sin eater, dopo aver svolto la sua funzione ed aver ingerito i peccati, non di rado veniva vessato, malmenato e cacciato senza troppi convenevoli dalla veglia, dove i partecipanti, oramai purificati, potevano condividere cibo e alcol, binomio praticamente inscindibile nelle culture popolari europee.

In uso da secoli e consacrati in età vittoriana, i biscotti funerari corredano da secoli la singola cerimonia funebre e non mancano mai laddove sia stata istituita una giornata a memoria collettiva dei defunti tutti (per comprendere quanto il fenomeno sia radicato a ogni latitudine basti pensare che il día de Muertos messicano è diventato dal 2003 patrimonio dell’umanità), in genere destinati a bambini che li ricevono insieme a racconti di paura o di ricordo dei familiari scomparsi per loro intessuti dalle persone anziane della famiglia.

Quanto alla forma, questi biscotti, in Italia come altrove, vengono spesso impastati e manipolati affinché evochino, a fine cottura, l’idea delle ossa in generale (come trapela dalla denominazione ossi o ossa di morto in Sicilia, Calabria, Sardegna ma anche Piemonte e a Roma) o di un osso in particolare, come lo stinco (è il caso degli stinchetti dei morti umbri o toscani o delle dita di morto campane). Chiamati anche fave di morto o pan dei morti, morbidi o duri a seconda degli ingredienti e delle tradizioni, nel caso dell’Italia addirittura regionali o persino, a volte, paesane, a volte con incisa una croce o un altro simbolo sulla superficie superiore, in paesi come il Regno Unito, soprattutto presso i ceti più elevati, questi biscotti venivano avvolti in carta sigillata con ceralacca per essere consegnati ai partecipanti alle esequie insieme a un foglietto, che poteva essere inserito o meno nella confezione, con su scritto un ricordo del defunto.

Alla luce di tanta varietà, qui a mala pena sfiorata, non appare azzardato immaginare che… finché c’è vita ci saranno i sapori e i profumi degli ossi di morto a rievocarne e rinsaldarne la complementarità con la morte…

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